Screening per il tumore del colon-retto: benefici e rischi, il dibattito continua

A cura di Redazione By 23 Settembre 2026No Comments
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I programmi pubblici di screening per il tumore del colon retto sono realmente utili? I vantaggi in termini di diagnosi e sopravvivenza sono reali oppure i costi elevati e il rischio di sovradiagnosi rendono questa misura di Sanità pubblica inutile o peggio dannosa? Un libro risponde a questo importante quesito, inserendosi in un dibattito sul tema che va avanti da anni nella comunità scientifica, mentre i test ematici per lo screening del carcinoma colorettale (CRC) sono entrati per la prima volta tra le opzioni raccomandate dall’American Cancer Society (ACS), senza però essere collocati sullo stesso piano della colonscopia, degli altri esami visivi o dei test basati sulle feci.

Il capitolo dedicato allo screening del cancro del colon-retto nel libro Guida critica alla prevenzione. Come distinguere screening, farmaci e stili di vita che proteggono davvero, di Renato Luigi Rossi, medico di Medicina generale e appena pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore, ripercorre le prove a sostegno di uno dei programmi di prevenzione oncologica più consolidati e viene analizzato sul portale specializzato Gastroinfo con un approfondito articolo. L’autore non nasconde però le zone d’ombra emerse negli ultimi anni, comprese quelle sollevate dallo studio randomizzato NordICC (1). Il tumore del colon-retto ha caratteristiche che lo rendono un candidato ideale per la prevenzione. Passano molti anni, in genere dieci-quindici, tra la formazione di un adenoma e la sua eventuale trasformazione in tumore maligno. Esistono inoltre test semplici e ripetibili nel tempo, e le tecniche endoscopiche permettono di individuare e rimuovere le lesioni prima che diventino pericolose. Per questo, sottolinea l’autore, lo screening colorettale non è solo diagnosi precoce: è prevenzione vera e propria, perché elimina le lesioni prima che si trasformino in tumore.

Gli studi randomizzati sulla sigmoidoscopia flessibile sono metodologicamente solidi e mostrano una riduzione dell’incidenza del tumore del 18-33% e della mortalità del 26-50%, con effetti che durano oltre dieci anni. La colonscopia è considerata il riferimento principale. Gli studi osservazionali suggeriscono benefici ancora maggiori, con una riduzione della mortalità fino al 70%. Fino al 2022, tuttavia, mancava una prova diretta e randomizzata che confrontasse la colonscopia con l’assenza di screening. Questa prova è arrivata con lo studio Nordic-European Initiative on Colorectal Cancer, noto come NordICC, che ha coinvolto quasi 85mila persone in Norvegia, Svezia e Polonia (2). I risultati hanno acceso il dibattito scientifico: chi era stato invitato a fare la colonscopia aveva un rischio di ammalarsi ridotto del 18%, ma la riduzione della mortalità specifica si fermava al 10%, un dato non significativo dal punto di vista statistico. Secondo l’autore, il problema principale è stato il basso tasso di adesione: solo il 42% degli invitati ha effettivamente eseguito l’esame. Analizzando solo chi lo ha davvero fatto, la riduzione della mortalità saliva al 50%, un dato in linea con gli altri studi disponibili. Un ulteriore tassello si è aggiunto nel maggio 2026, con la pubblicazione del follow-up a tredici anni dello stesso studio. La colonscopia continua a ridurre l’incidenza del tumore, ma non la mortalità, nemmeno tra chi ha effettivamente eseguito l’esame. Gli autori dello studio ipotizzano che la causa sia il miglioramento delle cure ricevute anche da chi non si è sottoposto allo screening (1, 3). L’autore invita comunque a leggere questi dati con equilibrio: il tumore del colon-retto è spesso una causa di morte successiva a una malattia di lenta progressione e dolorosa, ed evitarlo significa vivere più a lungo e meglio negli anni in cui si è ancora attivi.

Un passaggio centrale del capitolo riguarda la distinzione tra beneficio individuale e beneficio collettivo. Per la singola persona a rischio medio, il vantaggio resta modesto, perché il rischio di partenza è già basso. Ma su una popolazione di milioni di persone, anche una riduzione percentuale contenuta si traduce in molte vite salvate. Per questo l’autore parla di una raccomandazione di sanità pubblica, e non di un obbligo individuale. Nel 2019 un gruppo internazionale di esperti aveva proposto, sulle pagine del BMJ, di superare lo screening universale a partire dai 45-50 anni. La proposta era di riservarlo solo a chi supera una determinata soglia di rischio, calcolata con uno strumento online che tiene conto di età, sesso, peso, familiarità e altri fattori (4). L’autore riconosce che l’idea è concettualmente corretta, perché non tutti traggono lo stesso beneficio dallo screening. Segnala però diversi limiti pratici: lo strumento di calcolo non è stato validato per la popolazione italiana; un messaggio complesso rischia di scoraggiare proprio le persone già meno inclini ad aderire ai programmi, soprattutto al Sud Italia; il test oggi usato in Italia è già poco invasivo ed efficiente, e restringerlo solo a chi calcola un rischio elevato potrebbe ridurre l’efficacia complessiva del programma. Come ogni screening, anche quello colorettale può portare a individuare e trattare lesioni che non avrebbero mai causato problemi nel corso della vita. Le stime disponibili indicano un fenomeno contenuto: tra il 2 e il 10% dei tumori individuati, a seconda degli studi. A parere di Renato L. Rossi, il problema incide meno rispetto a quanto non accada con altri screening oncologici, per tre motivi. Si conosce bene come i polipi si trasformano in tumore, quindi è possibile stimare il rischio di ogni lesione e la rimozione di un polipo è una procedura ambulatoriale rapida.

Il programma organizzato italiano invita ogni due anni le persone tra 50 e 69-74 anni a effettuare gratuitamente il test del sangue occulto fecale. La copertura resta disomogenea: tra il 50 e il 70% al Nord, tra il 40 e il 50% al Sud. L’autore segnala inoltre la diffusione di colonscopie “opportunistiche”, eseguite cioè senza prima effettuare il test di primo livello, con un uso poco efficiente delle risorse. Rossi conclude che, tra i 50 e i 75 anni, i benefici dello screening del colon-retto superano chiaramente i rischi. Gli studi indicano che si evita una morte per tumore ogni 400-500 persone sottoposte a screening nell’arco di dieci anni, a fronte di complicanze gravi della colonscopia in 2-5 casi ogni mille esami. Il messaggio finale del capitolo è semplice: chi ha 50 anni o più dovrebbe sottoporsi allo screening; chi ha una familiarità significativa per questo tumore dovrebbe anticiparlo; chi trova polipi durante l’esame dovrebbe seguire con attenzione il percorso di sorveglianza indicato dal medico. Il limite principale, conclude l’autore, non è scientifico: è organizzativo. Troppe persone, ancora oggi, non aderiscono ai programmi di screening.

Bibliografia
1. Rossi RL. Guida critica alla prevenzione. Come distinguere screening, farmaci e stili di vita che proteggono davvero. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2026 (capitolo 10, “Lo screening del cancro del colon-retto”, pp. 181-205).
2. Bretthauer M, Løberg M, Wieszczy P, et al. Effect of colonoscopy screening on risks of colorectal cancer and related death. N Engl J Med 2022; 387(17):1547-56.
3. Kaminski MF, Kalager M, Løberg M, et al.; NordICC Study Group. Long-term effects of colonoscopy screening on colorectal cancer incidence and mortality: a multicountry, population-based randomised controlled trial. Lancet 2026; 407(10541):1787-95.
4. Helsingen LM, Vandvik PO, Jodal HC, et al. Colorectal cancer screening with faecal immunochemical testing, sigmoidoscopy or colonoscopy: a clinical practice guideline. BMJ 2019; 367:l5515.