
Pubblicate sul Journal of Clinical Oncology – Oncology Practice le prime linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) sull’impiego del test del DNA tumorale circolante (ctDNA) in pazienti affetti da tumori solidi o linfoma. Il documento affronta quattro quesiti clinici fondamentali relativi a quando il test del ctDNA debba (o non debba) essere utilizzato per:
1. supportare la diagnosi oncologica;
2. orientare la scelta della terapia iniziale e supportare il monitoraggio terapeutico;
3. coadiuvare la sorveglianza e il monitoraggio di recidive e/o progressione di malattia;
4. supportare la definizione della prognosi.
«Il nostro obiettivo è fornire una guida clinicamente utile e concreta per gli oncologi, indipendentemente dal loro contesto operativo, su quando ricorrere al test del ctDNA», ha dichiarato la co-presidente del panel delle linee guida, Christina M. Lockwood della University of Washington School of Medicine. «Si tratta di uno strumento potente, ma che richiede un utilizzo appropriato; per questo motivo, definire con chiarezza il contesto clinico di applicazione è stato uno degli obiettivi primari del nostro lavoro».
Nel 2018, l’ASCO e il College of American Pathologists avevano condotto una revisione sistematica congiunta per valutare la validità clinica, l’utilità clinica e il valore metodologico (interpretazione e refertazione) del test del ctDNA. Da allora, la letteratura scientifica sul ctDNA è cresciuta in modo esponenziale, confermando il valore di questa metodica nella rilevazione dei tumori, nel monitoraggio e nella valutazione della risposta terapeutica, spingendo l’ASCO a redigere le prime linee guida formali sui test del ctDNA su base ematica (biopsia liquida). Le raccomandazioni sui tumori solidi e sul linfoma sono state elaborate a partire da due fonti principali: la revisione sistematica del 2018 e una nuova revisione sistematica della letteratura pubblicata dal gennaio 2017 in poi (escludendo gli articoli già analizzati da Merker et al.). Inoltre, il 24 ottobre 2025 è stata condotta una revisione sistematica focalizzata sugli studi clinici che hanno utilizzato il test del ctDNA per guidare le decisioni terapeutiche. Complessivamente, queste analisi hanno preso in esame 54 meta-analisi pertinenti, 12 pubblicazioni relative a 11 studi clinici randomizzati e 489 altri articoli scientifici che hanno costituito la base per la formulazione delle raccomandazioni. «Tra il 2018 e il 2025 è stata pubblicata un’enorme quantità di letteratura in questo ambito; era assolutamente necessario approfondire ulteriormente sia la validità clinica sia, in particolare, l’utilità clinica dei test del ctDNA», ha sottolineato l’altra co-presidente delle linee guida, Stacy W. Gray del City of Hope di Duarte.
Sulla base della revisione sistematica della letteratura, il panel di esperti ha definito le seguenti raccomandazioni:
Al di fuori dei protocolli di uno studio clinico, il test del ctDNA deve essere offerto solo se i risultati possono influenzare attivamente le decisioni clinico-terapeutiche. Può tuttavia essere utilizzato per valutare l’eleggibilità di un paziente a uno studio clinico.
Il test del ctDNA per la ricerca di alterazioni genetiche tumorali può essere impiegato nei seguenti casi: quando la biopsia tissutale sia di difficile esecuzione o presenti un profilo di rischio inaccettabile per il paziente; quando i risultati del test su tessuto non possano essere disponibili entro tempistiche clinicamente utili per l’avvio del trattamento; quando l’indicazione registrata di un farmaco ne consenta o ne richieda l’utilizzo.
Il test del ctDNA può essere offerto in combinazione con i test previsti dallo standard-of-care qualora consenta di prendere decisioni basate su evidenze solide o aiuti a risolvere discrepanze o ambiguità diagnostiche.
Il test del ctDNA non è raccomandato in sostituzione di nessun’altra metodica diagnostica standard già codificata.
Le misurazioni frazionarie, percentuali o basate sulla concentrazione del ctDNA o del DNA libero circolante totale (cfDNA) non devono essere utilizzate come parametri surrogati del carico di malattia al di fuori di studi clinici o protocolli di ricerca clinica.
Sebbene le raccomandazioni non affrontino l’uso del test del ctDNA come strumento di screening, Lockwood guarda con ottimismo ai dati emergenti dagli studi clinici sul suo potenziale impiego in ambito preventivo: «Si tratta di un’area che non trattiamo in queste linee guida poiché non disponiamo ancora di una base di evidenze sufficiente per formulare una raccomandazione formale», ha precisato. «Tuttavia, è indubbiamente un campo in cui tutti auspichiamo ulteriori ricerche e la raccolta di nuove prove cliniche».
Sebbene sia previsto che l’utilità clinica del test del ctDNA aumenti progressivamente in futuro, entrambe le co-presidenti del panel hanno sottolineato che, allo stato attuale, esso debba essere considerato esclusivamente come uno strumento complementare e non come un sostituto degli esami standard, inclusa la diagnostica per immagini. Inoltre, poiché le presenti linee guida si applicano in modo generalizzato a tutti i tumori solidi, in futuro si renderà necessaria la stesura di linee guida specifiche per le singole patologie oncologiche. «Questo è un settore in rapidissima evoluzione. Quella che presentiamo oggi è un’istantanea dello stato dell’arte, e ci aspettiamo senza dubbio rapidi e significativi aggiornamenti in futuro», conclude Lockwood.



