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A proposito di Vialli e la malattia oncologica

A cura di Luciano De Fiore By 12 Gennaio 2023Gennaio 30th, 2023No Comments
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Una catena di lutti ha funestato il mondo dello sport a cavallo del nuovo anno. Sono morti di cancro Siniša Mihajlović, Pelè e Gianluca Vialli. Pur se in età differenti e per forme tumorali diverse, la loro scomparsa ha colpito l’opinione pubblica, anche per lo straordinario rilievo riservatole dai media di tutto il mondo. Al punto da scuotere l’immaginario popolare ben più della morte dell’anziano Papa emerito, Benedetto XVI.

La fine di Luca Vialli spicca per un motivo in particolare: per merito dello stesso scomparso, non è stata accompagnata dalla consueta retorica della battaglia persa contro il male incurabile. Piuttosto, il modo in cui ha parlato di malattia e morte è stato a suo modo rivoluzionario e può valere da esempio. In una recente videointervista rilasciata ad Alessandro Cattelan (originariamente su Netflix, e poi un po’ ovunque), rispondendo a una domanda diretta e cruciale (C’è felicità nel dolore?), Vialli ha detto chiaro e tondo che non ha mai considerato la sua una “battaglia”: «L’ho detto più volte. Se mi mettessi a fare la battaglia col cancro ne uscirei distrutto. Lo considero una fase della mia vita, un compagno di viaggio, che spero prima o poi si stanchi e mi dica “Ok, ti ho temprato. Ti ho permesso di fare un percorso, adesso sei pronto”».

Ma, come ogni oncologo sa bene, l’adenocarcinoma duttale del pancreas è una forma tumorale delle più insidiose: la sopravvivenza attesa a 5 anni non raggiunge il 10 per cento e anche un ex atleta come Vialli ha dovuto cedere, dopo una complessa operazione chirurgica alla quale si sottopose nel 2017 e cinque anni di cure.

Abbiamo chiesto a un grande oncologo genovese, Alberto Sobrero (Direttore Oncologia Medica 1 – Policlinico San Martino IRCCS per l’Oncologia, Genova) se l’approccio del suo concittadino possa essere stato di esempio nel suo rapportarsi alla malattia.

Ogni morte non può essere che “la mia morte”, esperienza personalissima e solitaria: chi muore non può raccontare la propria morte. Può però testimoniare il morire, il come si muore. E l’esperienza narrata da Vialli del proprio morire è di grande rilievo, confermando quel che ogni oncologo sa, ma che si tende a dimenticare: la malattia è una relazione dell’organico con sé stesso. La morte per cancro, così come quella dovuta a cause cardiologiche, non arriva da fuori: «la vita […] si uccide da sé», scriveva già Hegel nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche.

Luigi Grassi (Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Riabilitazione, Direttore Unità Complessa Psichiatria Ospedaliera Universitaria, Università di Ferrara) ci ha parlato delle possibili percezioni di sé e della propria malattia oncologica.

Lucido e consapevole, l’ex centravanti della Cremonese, della Sampdoria, della Juventus, del Chelsea e della Nazionale ha voluto dar conto della propria esperienza, pur nel riserbo e nel pudore, testimoniando che la malattia non è esclusivamente sofferenza e spingendosi a dire che può rivelarsi addirittura un’opportunità.

Quel che resta maggiormente rilevante è la risposta individuale, come sempre: «Credo, e non l’ho detto io, che la vita sia per il 20% quello che ti succede e per l’80% come tu reagisci a quello che ti succede. La malattia ti può insegnare molto di come sei fatto, ti può spingere anche più in là rispetto al modo magari superficiale in cui viviamo la nostra vita».