
La competizione tra Stati Uniti e Cina nel settore biofarmaceutico sta entrando in una nuova fase. Da un lato, Washington prepara un piano organico per rilanciare la ricerca nazionale, facendo leva sull’intelligenza artificiale, sulla semplificazione regolatoria e su una maggiore integrazione tra FDA, NIH e industria. Dall’altro, proprio mentre cresce la preoccupazione politica per l’ascesa della Cina, le principali multinazionali occidentali continuano a firmare accordi miliardari con aziende biotech cinesi per assicurarsi l’accesso ai loro farmaci più promettenti.
Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti vogliono ridurre la dipendenza dall’innovazione cinese, ma il mercato continua a premiarla. In altri termini, mentre Washington prepara un piano per accelerare l’innovazione domestica e ridurre i tempi di sviluppo dei farmaci, le Big Pharma occidentali continuano ad aumentare la loro dipendenza dall’innovazione prodotta in Cina. E questo genera una qualche tensione, e anche qualche preoccupazione in seno alla comunità scientifica, nel timore si allentino i criteri di rigore che non possono non regolare l’immissione in commercio di nuove molecole. Infatti, secondo quanto anticipato dal Department of Health and Human Services (HHS), l’obiettivo attuale dell’amministrazione statunitense è comprimere drasticamente i tempi necessari per portare un farmaco dal laboratorio al paziente. La strategia punta su alcuni pilastri: utilizzo estensivo dell’AI nello sviluppo dei farmaci, maggiore impiego di dati real world, sperimentazioni cliniche “più efficienti” e un coordinamento più stretto tra ricerca pubblica, autorità regolatorie e industria. L’ambizione è quella di rendere gli Stati Uniti il luogo più competitivo al mondo per sviluppare nuove terapie, riducendo tempi, costi e complessità burocratiche. Sarebbe dunque questa, in sostanza, la risposta americana al crescente peso della Cina nella pipeline mondiale dell’innovazione farmaceutica.
Mentre Washington pianifica la propria risposta, il mercato continua però a seguire una direzione diversa. Solo tra il 2025 e il 2026, decine di aziende europee e statunitensi hanno acquisito in licensing candidati terapeutici sviluppati da biotech cinesi, soprattutto nei settori dell’oncologia, dell’immunologia e delle malattie autoimmuni. I bersagli più ricercati restano anticorpi bispecifici, ADC e nuove piattaforme immunoterapiche, cioè proprio le aree oggi considerate più innovative della ricerca oncologica. Non si tratta più di operazioni opportunistiche motivate soltanto dai costi inferiori. Sempre più frequentemente le Big Pharma occidentali identificano in Cina le molecole “best-in-class” o “first-in-class” su cui costruire la propria pipeline futura.
Gli accordi annunciati questa settimana da AstraZeneca e GSK rappresentano un’ulteriore conferma. AstraZeneca (che pure in passato ha vissuto peripezie notevoli sul mercato cinese) ha ottenuto da Sino Biopharmaceutical i diritti internazionali, esclusa la Cina, di TQC3721, un nuovo inibitore PDE3/4 per la broncopneumopatia cronica ostruttiva, versando 200 milioni di dollari upfront e prevedendo milestone fino a 1,9 miliardi di dollari. Parallelamente, GSK ha ampliato la propria collaborazione con la stessa Sino Biopharmaceutical affidandole la commercializzazione in Cina di due farmaci respiratori già presenti sul mercato. Pur non riguardando direttamente l’oncologia, queste operazioni testimoniano come la collaborazione con le aziende cinesi si stia estendendo ormai a numerose aree terapeutiche, trasformandosi da fenomeno episodico a componente strutturale delle strategie industriali delle Big Pharma.
In oncologia questa trasformazione è ancora più evidente. L’ASCO 2026 ha mostrato come numerosi studi destinati a modificare la pratica clinica abbiano avuto origine in Cina. Farmaci come ivonescimab, i nuovi ADC anti-TROP2, i bispecifici e numerose targeted therapies stanno progressivamente ridefinendo la geografia dell’innovazione oncologica. Di conseguenza, la vera competizione non riguarda più soltanto la capacità di produrre farmaci, ma quella di attrarre le migliori piattaforme tecnologiche e i candidati clinici più promettenti.
Il rischio, per gli Stati Uniti, è che la crescente attenzione geopolitica finisca per entrare in conflitto con la logica scientifica e industriale. Da una parte si moltiplicano le proposte legislative volte a limitare gli investimenti e le collaborazioni con la Cina; dall’altra, le stesse aziende occidentali continuano a individuare proprio nelle biotech cinesi una delle principali fonti di innovazione.
Per l’oncologia globale questa apparente contraddizione potrebbe rappresentare uno dei temi centrali dei prossimi anni. La sfida non sarà soltanto decidere dove sviluppare i nuovi farmaci, ma capire se il futuro dell’innovazione potrà ancora essere costruito attraverso collaborazioni internazionali oppure se prevarrà una logica di crescente competizione strategica tra blocchi geopolitici. Ad oggi, almeno osservando il comportamento delle Big Pharma, la risposta sembra già delineata: la competizione è reale, ma l’innovazione continua a viaggiare su reti sempre più globali e integrate.



