
La competizione tra Stati Uniti e Cina si sposta sempre più sul terreno della ricerca clinica. Dopo anni in cui Pechino ha progressivamente conquistato una posizione davvero rilevante nello sviluppo di nuovi farmaci, l’amministrazione americana ha lanciato una controffensiva destinata a “semplificare” (con tutti i rischi del caso) e accelerare la sperimentazione clinica negli USA. Il Dipartimento della Salute statunitense (HHS) ha presentato infatti Operation Trailblazer, un programma che coinvolgerà FDA, NIH e Office of the National Coordinator for Health Information Technology con l’obiettivo dichiarato di «ripristinare la leadership americana negli studi clinici».
La preoccupazione di Washington è evidente. Secondo i dati citati dall’HHS, la quota mondiale di avvio di studi clinici attribuibile alla Cina è cresciuta dall’1% del 2009 fino al 32% del 2025, mentre una quota crescente della ricerca precoce si è spostata fuori dagli Stati Uniti. Per recuperare terreno, la FDA – nonostante i continui scossoni subiti negli ultimi tempi – intende introdurre un programma pilota volto ad abbreviare di sei-dodici mesi i tempi delle sperimentazioni di fase iniziale, proseguendo così sulla strada, già annunciata, di possibili approvazioni basate su un singolo studio registrativo, anziché sui tradizionali due trial pivotal.
Il NIH, dal canto suo, rafforzerà gli investimenti in intelligenza artificiale, modelli cellulari umani e real world data, mentre verranno sviluppati sistemi informatici in grado di collegare più facilmente i pazienti alle sperimentazioni attraverso le cartelle cliniche elettroniche.
La mossa americana arriva in un momento in cui la Cina continua a consolidare il proprio vantaggio competitivo. Come già riferito da Oncoinfo, la combinazione di riforme regolatorie, costi inferiori, rapidità di reclutamento e una crescente capacità innovativa ha trasformato il Paese da produttore di generici a protagonista mondiale della ricerca biotecnologica. Nel 2024 la Cina ha superato gli Stati Uniti per numero di studi clinici registrati e sta alimentando un numero crescente di accordi miliardari con Big Pharma occidentali.
Parallelamente, Pechino continua a rendere più attrattivo il proprio ecosistema. Nuove linee guida della National Medical Products Administration (NMPA), pubblicate a giugno, rafforzano la qualità metodologica e la governance dei dati, con l’obiettivo di sostenere ulteriormente l’innovazione biotech. Secondo un recente sondaggio condotto da ICON su cento dirigenti biotech cinesi, il 95% delle aziende si dichiara fiducioso di raggiungere i propri obiettivi di investimento e il 94% crede nel successo dei programmi di sviluppo in corso, mentre l’oncologia resta una delle principali aree di attività della ricerca cinese.
Più che una semplice rivalità commerciale, quella tra Washington e Pechino appare ormai una vera competizione per la leadership scientifica globale. E, come osservano alcuni analisti, si profila una sorta di «corsa regolatoria agli armamenti»: ovviamente non fondata sulle armi, ma sulla capacità di trasformare più rapidamente la ricerca in nuove terapie. Una competizione che ha l’obiettivo di accelerare l’innovazione a beneficio dei pazienti, ma che rischia anche di accentuare la frammentazione geopolitica della medicina del futuro.
I numeri suggeriscono che la sfida tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto la produzione o la ricerca clinica, ma il controllo delle future piattaforme dell’innovazione farmaceutica. Secondo Evaluate, oltre due terzi del valore degli accordi biotech mondiali siglati nel 2026 potrebbe derivare da asset cinesi, una quota impensabile solo pochi anni fa. Mentre le aziende occidentali cercano in Cina nuove molecole, ADC, farmaci anti-GLP-1 e tecnologie di scoperta, le collaborazioni stanno assumendo un carattere sempre meno commerciale e sempre più strategico. Restano tuttavia numerose incognite: le tensioni geopolitiche, l’incertezza regolatoria negli Stati Uniti, il futuro grado di internazionalizzazione dell’industria cinese. Sullo sfondo una domanda aperta attende ancora risposta: assisteremo a una progressiva integrazione dei due sistemi dell’innovazione biomedica, oppure alla coesistenza di due ecosistemi scientifici paralleli, uno americano e uno cinese, tendenzialmente separati e impermeabili?



