Stati Uniti e Cina, la nuova sfida biotech passa anche dall’oncologia

A cura di Luciano De Fiore By 25 Maggio 2026Giugno 8th, 2026No Comments
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La competizione tra Stati Uniti e Cina nel settore biofarmaceutico sta assumendo contorni sempre più strategici. E il terreno dell’oncologia è uno di quelli dove il confronto appare più evidente: dallo sviluppo di nuove molecole ai trial clinici, fino agli accordi miliardari tra aziende cinesi e Big Pharma occidentali.
A fotografare questo scenario è un’intervista rilasciata a PharmaVoice da Patroski Lawson, CEO della società di lobbying biotech KPM Group e fondatore della nuova American Biotech Innovation Alliance (ABIA), think tank nato a Washington con l’obiettivo di rafforzare la leadership statunitense nel biotech entro il 2030.

L’idea di creare l’ABIA nasce nel 2019, durante un incontro alla Casa Bianca tra la prima amministrazione Trump e alcuni CEO di aziende biotech. In quella sede – racconta Lawson – il tema dominante era la rapida ascesa della Cina nell’innovazione farmaceutica. Da allora, quella percezione si è consolidata fino a trasformarsi in un vero allarme strategico. Secondo Lawson, un dato è particolarmente significativo: oggi circa il 40% delle molecole in fase clinica precoce proviene dalla Cina, mentre dieci anni fa erano appena l’8%. Un’accelerazione che testimonia non solo la crescita quantitativa della ricerca cinese, ma soprattutto la sua capacità di produrre innovazione originale.

L’obiettivo dichiarato dell’ABIA non è però quello di “contenere” Pechino. Lawson prende le distanze da una logica puramente protezionistica: “Soffocare l’innovazione in qualsiasi parte del mondo non è positivo per i pazienti statunitensi”, afferma nell’intervista. Piuttosto, l’idea è quella di costruire una strategia industriale coordinata per sostenere il biotech americano, superando quella che considera una crescita storicamente frammentata del settore. L’associazione, che ha già raccolto circa 30 aziende aderenti – tra cui Moderna e Rocket Pharmaceuticals – punta a elaborare una “Biotech Vision 2030”, una roadmap strategica che potrebbe influenzare le future politiche industriali e regolatorie di Washington. Sullo sfondo resta però il tema della sicurezza nazionale. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno adottato misure più rigide nei confronti delle aziende biotech cinesi, culminate nell’approvazione del Biosecure Act, norma che mira a limitare i rapporti federali con alcune società considerate sensibili sotto il profilo geopolitico.

Ma la vera questione, probabilmente, è un’altra: la Cina non è più soltanto la “fabbrica” del farmaco mondiale. Sta diventando un centro autonomo di ricerca e sviluppo, con un impatto crescente proprio in oncologia, dove aziende come Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals, BeOne e WuXi AppTec stanno moltiplicando pipeline, studi clinici e partnership internazionali. Non a caso, negli ultimi due anni si sono susseguiti accordi di licensing miliardari tra Big Pharma occidentali e biotech cinesi (tra gli ultimi, quello tra BMS e Hengrui), anche nel campo degli anticorpi coniugati, dell’immunoterapia e delle targeted therapies. Un fenomeno che sta ridefinendo gli equilibri globali dell’innovazione oncologica. Più che una guerra fredda del biotech, quella descritta da Lawson sembra dunque una corsa alla leadership scientifica. E il fatto stesso che a Washington nasca oggi un think tank dedicato a “pensare strategicamente” la risposta americana alla Cina è forse il segnale più chiaro di quanto il baricentro dell’innovazione farmaceutica globale si stia spostando rapidamente verso Oriente.