
La Cina sta emergendo come uno dei protagonisti più influenti del settore biofarmaceutico globale, non solo per capacità produttiva, ma soprattutto per innovazione reale. È già il maggiore fornitore mondiale di API e nel 2021 deteneva l’11,3% dell’intero mercato biotech, seconda solo agli Stati Uniti. Secondo McKinsey, questa quota è destinata ad aumentare entro il 2028, trascinata dalla crescita di player ormai noti anche in Occidente, come WuXi AppTec, BeiGene e Jiangsu Hengrui. Negli ultimi dieci anni, Pechino ha infatti trasformato il proprio ecosistema biomedico attraverso politiche industriali aggressive, ingenti investimenti in R&D e un profondo riassetto regolatorio. Documenti come Made in China 2025, Healthy China 2030 e il più recente 14th Five-Year Plan for Pharmaceutical Industry Development hanno dato vita a un ambiente che non solo stimola l’innovazione, ma la struttura: dieci città sono state designate come hub biotecnologici, con l’obiettivo di attrarre talenti, competenze e collaborazione internazionale.
Parallelamente, la Cina ha snellito i processi di revisione e approvazione dei farmaci introducendo il sistema MAH, percorsi accelerati e procedure più efficienti. È anche grazie a queste riforme se oggi vale circa il 23% del contributo globale ai nuovi farmaci, seconda solo agli Stati Uniti. E nella ricerca clinica la scalata è altrettanto impressionante: la Cina è ormai il secondo Paese al mondo per numero di studi commerciali, con una quota che è raddoppiata dal 2018 grazie a iter autorizzativi più rapidi, costi competitivi e una popolazione di pazienti vasta e arruolabile. Tutto ciò ha cambiato radicalmente la reputazione della Cina nel mondo farmaceutico. Come ricorda Dajun Yang, CEO di Ascentage Pharma, oggi il mercato cinese è “unicamente posizionato per crescere” grazie al supporto politico, alla massa critica di pazienti e alla rapida maturazione tecnologica: un ecosistema che sta spostando la Cina da produttrice di me-too a generatrice di first-in-class, con farmaci spesso competitivi — e talvolta superiori — rispetto a quelli occidentali. E il numero crescente di accordi di licenza e di designazioni accelerative da parte di FDA ed EMA ne è la conferma.
Questa evoluzione si manifesta in particolare nell’oncologia. Secondo GlobalData, nel 2024 la Cina ha dominato il mercato delle licensing deal in oncologia grazie alla spinta dell’anticorpistica: mAb e ADC rappresentano l’89% delle molecole oggetto di accordi internazionali, per un valore complessivo di 30 miliardi di dollari, triplo rispetto agli Stati Uniti. Emblematico l’accordo tra Merck e LaNova Medicines per il bispecifico PD-1/VEGF LM-299, fino a 3,28 miliardi di dollari. E tra il 2023 e il 2024 il valore delle licenze in oncologia da biopharma cinesi è cresciuto del 24%, mentre quello statunitense è calato nella stessa misura. Il trend non si limita agli anticorpi: la Cina è oggi una potenza anche nel campo delle CAR-T. Sebbene Bristol Myers Squibb resti il leader globale, lo Shenzhen Geno-Immune Medical Institute lo eguaglia per pipeline nei tumori solidi, con 12 CAR-T in sviluppo, di cui ben 11 già in fase II — un livello di avanzamento che gli Stati Uniti non raggiungono allo stesso modo.
Questo dinamismo non passa inosservato né nelle grandi multinazionali né nei report istituzionali occidentali. Nel 2025 Annual Report presentato al Congresso USA, la US-China Economic and Security Review Commission segnala non solo il crescente controllo cinese sulla filiera del farmaco, ma anche l’avanzamento tecnologico che potrebbe ridefinire la produzione farmaceutica futura, sottolineando al contempo i rischi geopolitici connessi a questa dipendenza.
Eppure, nelle discussioni industriali — dal Global Pharma and Biotech Summit del “Financial Times” a Londra fino al ChinaTrials di Shanghai — prevale un altro messaggio: le innovazioni cinesi non sono più un’alternativa, ma una priorità per le pipeline globali. Le biotech locali stanno passando dal modello fast-follow a una “smart FIC innovation”, grazie a strategie cliniche mature e a un ecosistema competitivo che spinge le multinazionali a integrarsi sempre più profondamente con la ricerca cinese.
Per l’oncologia internazionale — Italia inclusa — la conseguenza è chiara: la Cina è diventata un interlocutore imprescindibile. Un Paese da cui arrivano sempre più molecole originali, partnership strategiche e segnali di una leadership scientifica in rapida espansione. E con essa, la necessità per il mondo medico-scientifico occidentale di confrontarsi, collaborare e capire una trasformazione che sta riscrivendo gli equilibri globali del farmaco. Non a caso Oncoinfo, da sempre attenta ai nuovi trend, ha intensificato la propria attenzione nei confronti della ricerca e della clinica cinesi, nell’ottica di un’oncologia sempre più globale e aperta agli scambi e alle contaminazioni.



