
Bastano tre clic. Il nostro amico Bishal Gyawali, oncologo alla Queen’s University in Canada e anima di Common Sense Oncology, racconta al Toronto Star che gli sono sufficienti tre clic sul computer per prescrivere a un paziente dell’Ontario un farmaco che costa al sistema sanitario circa 15.000 dollari canadesi al mese. Quel farmaco è pembrolizumab, una delle immunoterapie che hanno cambiato la storia naturale di diversi tumori. Ma nel Nepal in cui Gyawali è nato e si è formato, il 95% della popolazione non può permetterselo. Non è un caso isolato: in Brasile, una delle maggiori economie emergenti del mondo, le nuove immunoterapie rimangono economicamente inaccessibili alla maggior parte dei pazienti oncologici.
È difficile immaginare un’immagine più efficace del divide che attraversa oggi l’oncologia. Da una parte una ricerca che procede a gran velocità: immunoterapie, ADC, terapie cellulari, farmaci a bersaglio molecolare, diagnostica genomica. Dall’altra, una quota enorme della popolazione mondiale che non può beneficiare, o può beneficiare solo in minima parte, di questo progresso. Non è soltanto un divario economico. È un problema etico e sociale, che obbliga a domandarsi che cosa significhi davvero parlare di “progresso” nella cura del cancro.
Negli stessi giorni in cui l’inchiesta del Toronto Star e dell’International Consortium of Investigative Journalists richiamava l’attenzione sulle disuguaglianze nell’accesso all’immunoterapia, a Mwanza, in Tanzania, oncologi italiani e tanzaniani si sono incontrati per la terza edizione di Global Cancer Control in the 21st Century. Il congresso nasce da una collaborazione più che ventennale fra il Bugando Medical Centre, l’IRST “Dino Amadori” e Istituto Oncologico Romagnolo, alla quale si sono aggiunte AIOM e Fondazione AIOM.
Il punto interessante è che non si tratta semplicemente di trasferire conoscenze dal Nord al Sud del mondo. Il memorandum of understanding prevede lo scambio di competenze fra oncologi in formazione italiani e tanzaniani, il sostegno alla nascita di una scuola di specializzazione in oncologia presso la Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS) e una maggiore presenza degli oncologi AIOM nelle attività cliniche del Bugando Cancer Centre. Un modello analogo è già stato sviluppato nell’anatomia patologica e quest’anno il laboratorio del Bugando ha ricevuto anche una nuova piattaforma per l’immunoistochimica.
C’è soprattutto un passaggio culturale importante. Parlando a Mwanza, Dario Trapani ha ricordato che la ricerca non è un lusso riservato ai sistemi sanitari ricchi: anche nei Paesi a risorse limitate deve diventare una componente strutturale del sistema sanitario. Ma deve partire dai bisogni della popolazione, essere guidata anche localmente e produrre interventi che possano essere realmente applicati e sostenuti in quel contesto.
È forse qui che Mwanza incontra idealmente il ragionamento di Gyawali. Globalizzare l’oncologia non può significare soltanto globalizzare i trial, i mercati e la commercializzazione dei nuovi farmaci. Deve significare globalizzare le possibilità di prevenire, diagnosticare e curare il cancro.
La questione non riguarda soltanto Tanzania o Nepal. Se un farmaco capace di prolungare la vita può essere prescritto quasi istantaneamente in Canada, mentre rimane fuori portata per il 95% dei nepalesi e per gran parte dei pazienti di un Paese come il Brasile, il problema non può più essere considerato periferico rispetto all’innovazione oncologica. Ne è parte integrante.
Il cancro è già una malattia globale. La sfida del XXI secolo è fare in modo che diventino globali anche le conoscenze, le competenze e, progressivamente, le possibilità di cura. Perché un’innovazione alla quale può accedere soltanto la parte più piccola e privilegiata del mondo resta certamente un’innovazione scientifica. Ma non è ancora un progresso universale.
English version
Cancer Is Global. Cancer Care Is Not Yet
Three clicks. That is all it takes. Our friend Bishal Gyawali, an oncologist at Queen’s University in Canada and one of the driving forces behind Common Sense Oncology, told the Toronto Star that three clicks on his computer are enough to prescribe an Ontario patient a drug that costs the healthcare system about C$15,000 a month. That drug is pembrolizumab, one of the immunotherapies that have changed the natural history of several cancers. Yet in Nepal, where Gyawali was born and trained, 95% of the population cannot afford it. Nor is this an isolated case: in Brazil, one of the world’s largest emerging economies, new immunotherapies remain financially out of reach for most cancer patients.
It is difficult to imagine a more striking illustration of the divide running through oncology today. On one side, cancer research is advancing at great speed: immunotherapies, ADCs, cell therapies, molecularly targeted drugs and genomic diagnostics. On the other, a huge proportion of the world’s population is unable to benefit — or benefits only marginally — from this progress. This is not merely an economic gap. It is an ethical and social problem, one that forces us to ask what we really mean when we speak of “progress” in cancer care.
At the same time as the Toronto Star and the International Consortium of Investigative Journalists were drawing attention to inequalities in access to immunotherapy, Italian and Tanzanian oncologists met in Mwanza, Tanzania, for the third edition of Global Cancer Control in the 21st Century. The meeting grew out of a collaboration spanning more than two decades between Bugando Medical Centre, IRST “Dino Amadori” and the Istituto Oncologico Romagnolo, now also joined by AIOM and Fondazione AIOM.
What is particularly interesting is that this is not simply about transferring knowledge from the Global North to the Global South. The memorandum of understanding provides for the exchange of expertise between oncology trainees in Italy and Tanzania, support for the establishment of an oncology specialization programme at the Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS), and greater involvement of AIOM medical oncologists in clinical activities at the Bugando Cancer Centre. A similar model has already been developed in pathology, and this year the Bugando laboratory also received a new immunohistochemistry platform.
Above all, there is an important cultural shift at stake. Speaking in Mwanza, Dario Trapani stressed that research is not a luxury reserved for wealthy healthcare systems: in resource-limited countries too, it must become a structural component of healthcare. But it must start from the needs of the population, include local leadership, and generate interventions that can actually be implemented and sustained in that specific context.
This is perhaps where Mwanza and Gyawali’s argument converge. Globalizing oncology cannot simply mean globalizing clinical trials, markets and the commercialization of new drugs. It must mean globalizing the ability to prevent, diagnose and treat cancer.
The issue is not confined to Tanzania or Nepal. If a life-extending drug can be prescribed almost instantly in Canada while remaining beyond the reach of 95% of people in Nepal and a large proportion of cancer patients in a country such as Brazil, access can no longer be regarded as an issue at the margins of cancer innovation. It is an integral part of it.
Cancer is already a global disease. The challenge of the 21st century is to make knowledge, expertise and, progressively, access to cancer care global as well. An innovation accessible only to the smallest and most privileged part of the world certainly remains a scientific innovation. But it is not yet universal progress.



