
La crescita del carico oncologico nel Paese e la fragilità dei percorsi diagnostico-terapeutici in contesto bellico fanno temere un aumento di mortalità evitabile. Le lezioni di Gaza e di altri conflitti recenti mostrano come la rottura delle filiere assistenziali colpisca precocemente i pazienti oncologici.
È avvilente dover tornare a occuparci di guerre e oncologia: avevamo già sollevato la questione in occasione dell’ESMO 2023, con già alle spalle i conflitti in Ucraina e a Gaza.1 Purtroppo, il mondo d’oggi non sembra aver introiettato il tabù della guerra come la generazione che aveva vissuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e la pulsione di morte – direbbe Freud – è di nuovo all’opera come non mai.
Quando un conflitto armato investe un sistema sanitario, l’oncologia è tra le discipline che più rapidamente ne risentono. Il motivo non risiede in un aumento immediato dell’incidenza dei tumori, ma nella rottura della continuità di diagnosi, stadiazione, trattamento e follow-up: una catena clinica fatta di tempi e sequenze difficilmente comprimibili. L’esperienza recente di Gaza costituisce uno dei casi più drammatici di questo fenomeno. In quel contesto, secondo fonti mediche indipendenti e organizzazioni per i diritti umani, l’assistenza oncologica è arrivata a livelli di quasi azzeramento dopo la distruzione o l’inattività delle principali strutture sanitarie e l’impossibilità di garantire l’approvvigionamento dei farmaci. La sospensione della chemioterapia endovenosa e la perdita di continuità nei follow-up hanno trasformato molti pazienti in quello che alcuni osservatori hanno definito “morti invisibili della guerra”2.
Per applicare questa lezione al contesto iraniano, non si può che partire dai dati epidemiologici disponibili. L’Iran si trovava già prima dell’insorgere del conflitto in una fase di crescita del carico oncologico. Le analisi dell’International Agency for Research on Cancer indicano un aumento consistente delle diagnosi negli ultimi anni e proiettano una crescita significativa nel breve periodo. In particolare, il numero di nuovi casi è passato da circa 112.000 nel 2016 a una stima di circa 160.000 nel 2025, con un incremento superiore al 40%. Le neoplasie più frequenti restano quelle della mammella, del colon-retto e dello stomaco, mentre gli aumenti più rapidi riguardano tiroide, prostata e ancora mammella.3
Questo quadro renderebbe particolarmente vulnerabile il sistema sanitario iraniano in caso di destabilizzazione prolungata. L’oncologia contemporanea è infatti fortemente dipendente dall’infrastruttura sanitaria: screening organizzati, diagnostica avanzata, chirurgia specialistica, radioterapia e terapie sistemiche richiedono una logistica stabile e personale altamente qualificato. Quando uno o più di questi elementi vengono meno, l’effetto clinico principale non è tanto l’aumento dell’incidenza, quanto lo spostamento verso diagnosi più tardive e trattamenti incompleti.
Primo segnale clinico della crisi: la “stage migration”
Nei sistemi sanitari colpiti da conflitti armati, il primo effetto osservabile è la riduzione delle diagnosi precoci e lo spostamento verso stadi più avanzati alla presentazione clinica. Screening, visite specialistiche e diagnostica molecolare diventano più difficili da ottenere. La letteratura oncologica recente mostra come questa dinamica produca nel giro di pochi anni un aumento della mortalità evitabile.4
Il secondo livello di impatto riguarda la continuità terapeutica. La chemioterapia, le terapie mirate e l’immunoterapia richiedono cicli programmati, accesso regolare ai centri oncologici e disponibilità stabile di farmaci e dispositivi. In contesti di guerra, questi presupposti diventano rapidamente fragili. Le difficoltà di spostamento dei pazienti, la riconversione degli ospedali verso la medicina d’urgenza e la rottura delle catene di approvvigionamento possono interrompere o ritardare i trattamenti. Esperienze documentate in vari scenari di guerra mostrano come anche brevi interruzioni terapeutiche possano compromettere l’efficacia dei regimi oncologici. Particolarmente vulnerabile risulta la radioterapia, che dipende da infrastrutture tecnologiche complesse, energia stabile e manutenzione continua. Acceleratori lineari, sistemi di pianificazione e personale specializzato non sono facilmente sostituibili. Nelle situazioni di conflitto, il degrado di queste infrastrutture può determinare la sospensione dei trattamenti curativi, con effetti clinici immediati.
La vulnerabilità della radioterapia nei contesti di guerra
La radioterapia è una delle componenti più sensibili alla destabilizzazione sanitaria. Richiede infrastrutture ad alta tecnologia, continuità energetica e personale altamente qualificato. Nei conflitti recenti, la perdita o l’inattività dei centri radioterapici è stata associata a un aumento significativo dei ritardi terapeutici e alla necessità di modificare i protocolli di trattamento.5
Un ulteriore elemento di rischio riguarda la disponibilità e l’approvvigionamento dei farmaci oncologici. Nei sistemi sanitari sottoposti a pressioni economiche e logistiche, le carenze di farmaci possono diventare frequenti. Questo problema non riguarda soltanto la mancanza di trattamenti innovativi, ma anche di farmaci essenziali, antibiotici, analgesici e prodotti per la gestione degli effetti collaterali. In alcuni contesti di crisi sono stati documentati anche fenomeni di mercato parallelo e circolazione di farmaci di qualità incerta, con conseguenze cliniche potenzialmente rilevanti.
Parallelamente, la mobilità sanitaria internazionale può diventare un fattore determinante per la sopravvivenza dei pazienti. Quando le strutture locali non sono più in grado di garantire trattamenti adeguati, molti pazienti cercano cure in altri Paesi. Tuttavia, in contesti di guerra, i trasferimenti sanitari possono essere limitati o impossibili, come nel caso di Gaza. Il risultato è un accumulo di pazienti in attesa di cure, con decessi indiretti difficili da quantificare ma clinicamente evidenti. In alcuni reportage recenti su Gaza sono stati descritti casi di pazienti deceduti (nel caso in questione, è stata documentata la morte di 1.000 pazienti) mentre attendevano l’autorizzazione a lasciare il territorio per ricevere trattamenti oncologici.6 D’altra parte, non vi sono alternative: la perdita del Turkish-Palestinian Friendship Hospital, l’unica struttura specializzata per il trattamento del cancro nella Striscia, non è solo un evento simbolico della crisi. Nel novembre 2023 l’ospedale aveva già cessato di funzionare per mancanza di carburante e danni, ma nel marzo 2025 è stato demolito nel corso delle operazioni militari dell’esercito israeliano. L’ospedale disponeva di circa 200 posti letto e servizi oncologici specialistici ed era il centro di riferimento per chemioterapia e formazione oncologica.
Il “doppio fronte” dei pazienti oncologici
La guerra impone ai pazienti oncologici una duplice pressione: la gestione della malattia e l’instabilità del contesto di vita. Studi recenti sottolineano come stress psicologico, sfollamento, perdita di reddito e riduzione delle reti di supporto possano peggiorare l’aderenza ai trattamenti e la qualità di vita, con effetti indiretti sugli esiti clinici.7
Nel caso dell’Iran, il rischio principale non è quindi tanto l’insorgenza di nuovi tumori legati direttamente al conflitto, ma la trasformazione di una crescita oncologica già prevista in un aumento di mortalità evitabile.
Non si tratta di un sistema che può “mettere in pausa” l’oncologia senza pagare un prezzo in eccesso di mortalità, perché la curva è già in salita e la quota di tumori che richiedono percorsi complessi (diagnostica molecolare, imaging, terapie target/immunoterapia, radioterapia di qualità) tende ad aumentare. La combinazione di diagnosi tardive, trattamenti interrotti e riduzione delle infrastrutture sanitarie potrebbe produrre nel giro di pochi anni un eccesso di mortalità oncologica che diverrebbe rilevabile dai registri epidemiologici. Purtroppo, l’impatto è particolarmente grave sui bambini: l’oncologia pediatrica è la più vulnerabile.
Le esperienze accumulate in contesti di guerra suggeriscono che la protezione dell’oncologia dovrebbe entrare nei piani di previsione sanitaria. È ovvio che garantire la continuità delle filiere farmacologiche, proteggere le infrastrutture radioterapiche e mantenere attivi i percorsi diagnostico-terapeutici rappresenta non solo una priorità clinica, ma anche una misura di salute pubblica.
Se il conflitto dovesse prolungarsi, l’oncologia potrebbe diventare uno degli indicatori più sensibili della resilienza del sistema sanitario iraniano. Come mostrano le crisi recenti, le conseguenze di queste interruzioni non emergono immediatamente, ma si manifestano nel tempo sotto forma di tumori diagnosticati più tardi, trattamenti meno efficaci e sopravvivenze ridotte. In questo senso, il cancro rappresenta uno degli ambiti in cui gli effetti della guerra continuano a farsi sentire anche molto tempo dopo la fine dei combattimenti.
2 Palestinian Centre for Human Rights, “Gaza’s cancer patients face slow death as their only remaining treatment center goes out of service”, https://pchrgaza.org/gazas-cancer-patients-face-slow-death-as-their-only-remaining-treatment-center-goes-out-of-service/
3 IARC, “Cancer in Iran 2008 to 2025: recent incidence trends and short-term predictions of the future burden”, https://www.iarc.who.int/news-events/cancer-in-iran-2008-to-2025-recent-incidence-trends-and-short-term-predictions-of-the-future-burden/
4 Raut et al., “Dual Fronts: The Psychological and Logistical Burden of War on Oncology Patients”, JCO Global Oncology, https://ascopubs.org/doi/10.1200/GO-25-00256
5 Raut et al., JCO Global Oncology, https://ascopubs.org/doi/10.1200/GO-25-00256
6 Le Monde, “Silent deaths among Gaza’s sick and wounded denied medical evacuation”, https://www.lemonde.fr/en/international/article/2025/12/05/silent-deaths-among-gaza-s-sick-and-wounded-denied-medical-evacuation_6748174_4.html
7 Raut et al., JCO Global Oncology, https://ascopubs.org/doi/10.1200/GO-25-00256



