
L’erosione della fiducia nella ricerca medica (anche in Oncologia) da parte di pazienti e pubblico può essere in parte una conseguenza della gestione inadeguata dei conflitti di interesse, unitamente ad altri fattori sociali quali la disinformazione, la politicizzazione della scienza, il dilagare del complottismo e la sfiducia nelle istituzioni. I conflitti di interesse (COI) tra i ricercatori negli studi clinici e le aziende farmaceutiche sollevano da decenni preoccupazioni in merito a potenziali bias nella ricerca. Uno studio pubblicato sul “Journal of Clinical Oncology” ha preso in esame sistematicamente la prevalenza e i trend dei COI negli studi clinici oncologici pubblicati sulla rivista negli ultimi 15 anni utilizzando un tool AI. I ricercatori dell’Ohio State University Comprehensive Cancer Center di Columbus coordinati da Jiasheng Wang hanno identificato gli studi clinici pubblicati sul “Journal of Clinical Oncology” dal 2010 al 2025 tramite PubMed. Sono stati estratti i dati di pubblicazione e le dichiarazioni di trasparenza degli autori dal sito web della rivista. È stato utilizzato GPT-4o di OpenAI per identificare il prodotto medico principale oggetto di studio e la relativa azienda biofarmaceutica associata, inclusa l’identificazione di varianti nei disclosure degli autori. I trend dei COI sono stati quindi analizzati suddividendo il periodo in tre intervalli temporali (2010-2015, 2015-2020, 2020-2025). GPT-4o ha dimostrato un’accuratezza prossima al 95% nell’identificazione dei prodotti medici e delle aziende.
Su un totale di 2583 studi clinici, 2219 (85,9%) riguardavano un prodotto medico. Tra questi, 1610 (72,6%) presentavano almeno un autore con un palese conflitto d’interesse in relazione all’azienda biofarmaceutica associata. La prevalenza dei COI è aumentata dal 70,0% (2010-2015) al 77,0% (2015-2020), per poi diminuire al 72,0% (2020-2025). Le forme comuni di COI, come l’impiego aziendale, i ruoli consultivi (advisory roles) e gli onorari hanno seguito trend simili. Gli studi guidati dagli Stati Uniti hanno mostrato una prevalenza di COI significativamente più alta rispetto a quelli di altre zone del mondo (77,6% v 67,3%; P < .001). Inoltre, il 61,9% dei primi o degli ultimi autori presentava un COI, e questa percentuale è aumentata costantemente nei tre periodi temporali. Spiega Wang: “Questo studio rivela la diffusa presenza di COI negli studi clinici oncologici, in particolare in quelli con leadership statunitense e tra gli autori di riferimento, con pattern temporali discernibili. Il metodo basato sugli LLM fornisce una soluzione efficiente per il monitoraggio dei COI, promuovendo la trasparenza nella ricerca biomedica”.
I risultati di questa analisi destano preoccupazione. In un editoriale di commento pubblicato sempre sul “Journal of Clinical Oncology”, Ian F. Tannock del Princess Margaret Cancer Centre di Toronto e Saroj Niraula dell’University of British Columbia, accusano: “L’accettazione di pagamenti finanziari da parte delle aziende farmaceutiche è diffusa e prevalente tra gli autori di moltissime riviste ad alto impact factor. È ormai chiaro che la dichiarazione di conflitti d’interesse non previene né i COI né il biased reporting. Questo dato, tuttavia, potrebbe non essere visto come preoccupante da molti dei nostri colleghi oncologi, essi stessi coinvolti in tali relazioni. La maggior parte avrà assistito alle presentazioni di tali trial durante i meeting di ASCO o ESMO e avrà osservato la diapositiva obbligatoria di disclosure dei presenter, spesso lunga e dettagliata, ma mostrata per pochi secondi. Oltre ai COI personali, le istituzioni accettano ingenti grant o donazioni non vincolate da parte di Big Pharma, il che può influenzare i portfolio degli studi, la selezione degli autori e l’avanzamento di carriera. Tali relazioni sono raramente divulgate, eppure esercitano un’influenza strutturale che necessita di trasparenza”.
È cruciale che gli oncologi consiglino e collaborino con le aziende per garantire lo sviluppo di farmaci che forniscano benefici significativi ai pazienti. Per farlo efficacemente, gli oncologi devono essere oggettivi e critici — fornire consulenza affinché gli studi possano essere disegnati e analizzati in modo ottimale e riportati senza bias. Spiegano ancora Tannock e Niralula: “Idealmente, gli oncologi dovrebbero rinunciare al pagamento e accettare di consigliare e associarsi a uno studio e arruolare pazienti solo se l’azienda accetta di fornire misure adeguate per prevenire i bias. Riconosciamo, tuttavia, che il pagamento di un onorario di consulenza per fornire guidance volta a migliorare la qualità di uno studio clinico genera un conflitto minore rispetto all’accettazione di un compenso per far parte di un speaker’s bureau aziendale, partecipare a advisory board orientati al marketing, o aggiungere il proprio nome come autore fantasma a un articolo sponsorizzato dall’azienda. Un registro pubblico di esperti oncologici esenti da conflitti potrebbe fungere da pool per la revisione degli studi, le linee guida e i data monitoring board, contribuendo a bilanciare l’attuale eccessiva dipendenza dai KOL legati all’industria. Quando un oncologo stabilisce relazioni finanziarie con un’azienda, possono esserci sottili pressioni, consapevoli o meno, che rendono difficile per lui criticare gli studi o i prodotti di tale azienda”.
La necessità di indipendenza dalla Pharma dovrebbe essere riconosciuta dai datori di lavoro degli oncologi— spesso istituzioni accademiche — e dalle organizzazioni professionali a cui appartengono, come ASCO ed ESMO. Alcune istituzioni già proibiscono ai loro medici di accettare pagamenti personali dalle aziende, e altre dovrebbero essere incoraggiate a farlo. Ricoprire una posizione presso ASCO o ESMO, fornire consulenza alle agenzie regolatorie, o essere membro di un comitato per le linee guida, potrebbe rafforzare la fiducia pubblica se fosse vincolato alla non accettazione di pagamenti dalle aziende.
Concludono Tannock e Niralula : “Qualche azienda sicuramente continuerà a invitare oncologi compiacenti a firmare i loro articoli. È necessario un forte movimento in cui l’autorialità sia rispettata in quanto meritata, critica e indipendente. Ciò può nascere all’interno delle istituzioni accademiche e delle organizzazioni come ASCO ed ESMO; quest’ultima ha già un programma per valutare i risultati degli RCT in base alla sua scala Magnitude of Clinical Benefit (MCBS) e sta incorporando penalità per i bias. I direttori di riviste, i revisori membri dei comitati per le linee guida e i comitati consultivi delle agenzie regolatorie dovrebbero giudicare gli articoli utilizzando checklist per garantire una segnalazione imparziale, come quelle proposte dall’iniziativa Common-Sense Oncology. Le istituzioni potrebbero mantenere una traccia di audit dei conflitti per i panel delle linee guida e le decisioni regolatorie, documentando come sono stati selezionati i contributori e come sono stati gestiti i conflitti. Ciò garantirebbe una responsabilità che va oltre la semplice disclosure statica, in particolare per i COI non finanziari che modellano l’interpretazione, il tono e il giudizio in modi sottili ma consequenziali. Le riviste dovrebbero andare oltre la sola disclosure, dando priorità a voci indipendenti ed esenti da conflitti nei ruoli di autorialità ed editoriali”.
Una riforma significativa risiede in soluzioni strutturali che premiano in modo coerente l’integrità, l’obiettività e la fiducia pubblica.



