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Il Giro d’Italia. Seconda tappa – Roma

Massimo Di Maio By 16 Marzo 2021Giugno 3rd, 2021No Comments
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di Massimo Di Maio

Nel 2002, il Giro d’Italia, per celebrare l’entrata in vigore dell’euro, partì dall’Olanda e attraversò nelle prime tappe Germania, Belgio, Lussemburgo e Francia che, con l’Italia, erano stati i Paesi fondatori della Comunità europea. Un giro dal percorso internazionale, insomma. Erano gli anni in cui l’americano Lance Armstrong dominava il Tour de France (lo avrebbe vinto 7 volte consecutive dal 1999 al 2005). Più tardi, la macchia del doping avrebbe sporcato la sua carriera, ma all’epoca le sue imprese facevano notizia anche in ambito oncologico: quel campione imbattibile era un “survivor”: pochi anni prima aveva avuto un tumore del testicolo, non solo ne era guarito ma era tornato a correre più forte di prima, arrivando sul tetto del ciclismo mondiale.

Proprio nel 2002 io, all’epoca specializzando a Napoli, iniziavo a vivere l’atmosfera internazionale dell’oncologia medica, e partecipai al mio primo congresso ASCO, che quell’anno si teneva a Orlando, in Florida. Beh, Orlando non è esattamente la città più memorabile per uno che vada per la prima volta negli Stati Uniti… Però ricordo ancora il terminal delle partenze internazionali di Roma Fiumicino, l’atmosfera elettrizzante dei voli quasi “dedicati” agli oncologi in partenza per l’ASCO. All’epoca ne conoscevo molto pochi, e mi sentivo francamente un po’ spaesato. Tra gli altri giovani c’era Emilio Bria, all’epoca anche lui specializzando, che lavorava al Regina Elena di Roma. Emilio poi è diventato un amico e – pur non avendo mai lavorato insieme – abbiamo avuto tante occasioni di confronto e di collaborazione. Tante volte, in questi anni, ho avuto il piacere di confrontarmi con lui sull’interpretazione dei risultati degli studi clinici. Di fronte a una presentazione “discutibile”, di fronte a un risultato interessante oppure ai punti deboli di uno studio (e mi riferisco non solo all’aspetto clinico ma all’aspetto metodologico), Emilio è sempre stato una delle prime persone con cui ne ho parlato. Dal vivo, per mail, al telefono.

Durante le corse in bici, spesso non occorre che i corridori si scambino tante parole per concordare una strategia. A volte ci si può intendere con uno sguardo. Alla stessa maniera, a volte, durante una presentazione ai congressi, bastava che incrociassi lo sguardo di Emilio (che magari era seduto qualche fila più in là) per capire immediatamente che condividevamo la stessa perplessità su qualcosa che era stato detto o presentato. Emilio ha lavorato a lungo a Roma, al Regina Elena nella prima parte della sua carriera e ora al Policlinico Universitario Gemelli, dopo una “parentesi” veronese. Far passare da Roma questo “Giro” virtuale e dedicare ad Emilio questa tappa è lo spunto per riconoscere l’importanza dell’attenzione alla metodologia della ricerca oncologica. Occhio attento alle novità, ma rigore nel riconoscerne i limiti e i difetti. Attenzione al dato del singolo studio, ma al tempo stesso sforzo di contestualizzarlo valutando tutta l’evidenza disponibile su quel quesito. Da questo punto di vista, l’interesse per le revisioni sistematiche e le metanalisi mi accomuna ad Emilio. Sia che si tratti di dati di letteratura, sia che si tratti di analisi dei dati individuali dei pazienti, le metanalisi “mettono ordine” nell’evidenza, grazie ai singoli studi ma “al di là” dei singoli studi. Un giro è fatto di tappe, e la classifica finale risente dell’intera prestazione. Una bella vittoria di tappa potrebbe non bastare a meritare la vittoria finale. La differenza tra la classifica di tappa e la classifica finale è un po’ come la differenza tra il risultato del singolo studio e il risultato di una metanalisi… Nel 2002 Paolo Savoldelli non vinse nessuna tappa del Giro, eppure alla fine la maglia rosa fu sua.

Dal Giro, per oggi, è tutto. Alla prossima tappa!