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Fausto Roila

Luciano De Fiore By 3 Settembre 2021Settembre 15th, 2021No Comments
Rubriche

Lavoro e formazione professionale

Nella formazione di un medico, contano i “Maestri”?
Assolutamente si. Non c’è formazione seria, per un medico, senza qualcuno che ti faccia da guida, capace di aiutarti a mettere in pratica tutti quei valori fondanti del lavoro che si andrà a fare. Con il percorso universitario si gettano le basi su cui costruire il proprio profilo professionale, ma scendere in campo e attuare tutti quei principi deontologici che si leggono sui libri e che comunque ciascuno si porta dietro dai banchi di scuola, è tutt’altra cosa. Rimarrebbero sospesi, se non discussi e applicati con un “Maestro”. Mettere il paziente al centro del lavoro del medico, ad esempio, è una di quelle cose che quando si è studenti si danno per scontate, ma che non è affatto semplice da attuare. Quindi i “Maestri” contano eccome!

Nella sua formazione, può dire di avere avuto un Maestro?
Ne ho avuti più d’uno. Il primo e forse quello che in pochi mesi mi ha consegnato le chiavi per aprire le porte della mia carriera professionale, con onestà intellettuale e trasparenza, è stato Albano Del Favero. L’ho conosciuto nel 1972 per ragioni personali quando ero al primo anno di medicina. Avevo una mononucleosi infettiva, malattia poco conosciuta a quei tempi, diagnosticata in ritardo. Un mio amico mi mandò da quello che era uno degli internisti più apprezzati: Del Favero, che mi fa guarire in sette giorni.
Nel ’74 Albano Del Favero scrive un libro per la collana “Medicina e Potere” (Farmaci, salute e profitti in Italia, editore Feltrinelli) che affrontava le problematiche inerenti l’utilizzo dei farmaci. L’ho letto con passione. Ho scoperto che i dieci farmaci più venduti allora in Italia erano di fatto placebo. Quella lettura attenta ha determinato una svolta nel mio percorso formativo. Capii che la farmacologia clinica era un campo da promuovere e meritava di diventare una scienza, come era già accaduto negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Il mio legame con Del Favero cresce col tempo. L’anno prima di laurearmi chiedo di frequentare il reparto di Clinica Medica dell’ospedale di Perugia, dove lavorava, e mi rapporto con lui quotidianamente. È da quel momento che diventa il mio “Maestro”, dal mese di settembre 1978. Sotto la sua guida riesco ad apprezzare l’efficacia di un farmaco, a ottimizzarne l’utilizzo prevenendone anche la tossicità. Mi insegna a leggere le riviste indipendenti sui farmaci e ad evitare i conflitti d’interesse. I suoi modi accudenti e dolci con i pazienti sono di grande insegnamento per me. Imparo da lui a fare un esame clinico, a rapportarmi con un malato, a mettere in pratica i principi dell’etica.
Conosco il mio secondo “Maestro”, Maurizio Tonato, quando entro a far parte del reparto di Oncologia Medica, che lui dirigeva, come tirocinante, nel 1979, dopo la laurea. Fui subito colpito dalla condizione di disagio in cui operavano i pochi medici presenti e gli infermieri costretti a spendere la maggior parte del proprio tempo a “raccogliere” il vomito degli assistiti. La nausea ed il vomito erano solo alcuni dei tanti effetti collaterali indotti dalla chemioterapia, ma di certo considerati i più stressanti dai pazienti che li sperimentavano. Non esistevano a quell’epoca farmaci in grado di controllare o ridurre la nausea ed il vomito. La ricerca clinica era quasi inesistente e la somministrazione di barbiturici con il loro effetto sedativo-ipnotico rappresentava l’unica modalità, poco efficace, di controllo dell’emesi.
Fu uno shock per me scontrarmi con quella dolorosa realtà: tanta sofferenza a fronte di pochissimi benefici. La considero la parentesi più traumatica della mia vita. Vedere come le persone morivano senza poter far nulla per alleviare il dolore, fu devastante. Quella parentesi ha portato ad una seconda svolta nella mia vita: inizio ad occuparmi di terapie di supporto, in particolare della prevenzione di nausea e vomito da chemioterapia e del trattamento del dolore. Del Favero continua ad essere il punto di riferimento più importante per la ricerca clinica che andiamo ad impostare su queste tematiche. Era docente di medicina interna all’Università degli Studi di Perugia e uno dei farmacologi clinici più accreditati a livello internazionale.
Nel 1983 incontro il mio terzo “Maestro”: Enzo Ballatori, lo statistico medico che guiderà la ricerca sui farmaci antiemetici. Ero assetato di ricerca quando lo conobbi, tanto che Enzo mi chiamava “La Spugna”, ma non per ragioni etiliche, perché sono astemio! Ero semplicemente bulimico di metodologia, di statistica, di scienza.
Tre figure determinanti, tanto diverse tra loro per competenze e caratteristiche umane, che diventano miei amici fraterni. Ecco, posso dire con assoluta franchezza che se non li avessi incontrati non sarei l’oncologo che sono oggi.

Le principali ragioni per cui ha scelto la sua professione…
In realtà fare il medico non era il mio sogno di bambino. Ero uno di Lotta Continua negli anni delle rivolte studentesche e pensavo di inscrivermi alla Facoltà di Scienze Politiche. Poi però mi sono scontrato con una problematica medica che riguardava un mio familiare. È stato allora che mi sono detto: perché non diventare invece uno di quei camici bianchi capaci di aiutare concretamente gli altri? Ero già fidanzato con quella che diventerà la madre di mio figlio: mia moglie da quasi mezzo secolo. Con lei maturo la decisione di intraprendere un percorso diverso, in salita per un ragazzo del popolo come me. È lei che mi supporta e mi dà coraggio.

Qual è la maggiore soddisfazione da lei avuta nella vita professionale?
Ah, la soddisfazione più grande è stata quella di aver pubblicato studi che hanno portato alla modifica delle cure per prevenire la nausea e il vomito da chemioterapia nelle più importati riviste scientifiche del mondo. Un successo che attribuisco ai miei tre “Maestri” e di cui vado fiero. Devo altresì riconoscenza a molti colleghi operanti in almeno 20-30 centri oncologici italiani e non, che hanno contribuito, per un ventennio, a realizzare la ricerca sulla terapia antiemetica promossa a Perugia.

E la più grande delusione?
Da una parte rendersi conto che molti colleghi non mettono il paziente al primo posto. Poi prendere coscienza del fatto che la carriera del medico, sia ospedaliera che universitaria, sarà decisa, in futuro, dall’industria farmaceutica, che delega la stesura scientifica di articoli ad un medical writer (che non li firma), lasciando spazio a finti autori che si limitano giusto a leggere il lavoro. Con questo sistema ci si accaparra, in poco tempo, la paternità di una pubblicazione su riveste come “The New England Jurnal of Medicine” o “Lancet”, contribuendo alla crescita smisurata del proprio impact factor. Si diventa direttori di reparti tanto importanti, in questo modo, e si va a rovinare la reputazione della nostra categoria.

Qual è la parte del lavoro di medico più gratificante?
Il sorriso del paziente. Quello è senz’altro il riconoscimento più bello del mio lavoro. Il giusto premio al mio impegno e ai tanti sacrifici.

E la più noiosa?
La burocrazia assorbe gran parte del nostro tempo. Rispondere che è la parte più noiosa del nostro lavoro equivale a dire un’ovvietà. Aggiungerei che è gravissimo affidare questa parte al medico oncologo, quando potrebbe benissimo essere assolta dal personale amministrativo. Un lavoro che non offende i camici bianchi, ma i pazienti, perché va a sottrarre del tempo prezioso che noi medici potremmo altrimenti impiegare in loro favore. Siamo ultimi anche in questo, in Europa.

Sfide e scommesse

Quale sarebbe la prima cosa che cercherebbe di fare se fosse Ministro della Salute?
Una vera e propria rivoluzione. Rimetterei mano all’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale abolendo anzitutto il Titolo V (la regionalizzazione della Sanità). Credo che in questo momento storico si debba centralizzare la politica sanitaria per garantire a ciascun cittadino lo stesso livello di assistenza medica. Nei panni di Speranza, avrei affrontato diversamente l’emergenza sanitaria in corso. E non lo dico col senno del poi. Si è consentito che le regioni procedessero in ordine sparso e questo non va ripetuto in futuro. Si deve poi assolutamente investire sulla medicina del territorio. Mi spiego: in ospedale si devono gestire le fasi acute delle malattie e ai distretti sanitari deve invece essere affidata la gestione delle cronicità. La politica del disinvestimento, dei tagli che hanno portato alla riduzione dei posti letto, delle terapie intensive, del personale medico e infermieristico, ci ha consegnato un Sistema sanitario troppo impoverito.

Cambiamo ambito: se fosse Ministro dell’Università e della Ricerca?
Per prima cosa modificherei le modalità di accesso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, rivedendo il numero chiuso che dovrebbe tener conto delle necessità di professionisti in prospettiva, aumentando le potenziali matricole perché poi il percorso universitario, e lo dico da docente, seleziona i migliori automaticamente. Promuove i più motivati e li fa andare avanti.
Cercherei inoltre di trovare una soluzione per evitare l’attuale imbuto formativo che vede esclusi tanti giovani colleghi neolaureati dalla possibilità di accedere alle scuole di specializzazione.
Poi riaffiderei la ricerca agli accademici. Nel senso che una formula nuova per fare ricerca clinica, potrebbe nascere da una partnership tra Università e Industria farmaceutica, dove la prima è finanziata dalla seconda che però lascia lo sviluppo del farmaco all’Accademia.

E se fosse Consigliere scientifico del Governo?
Farei più o meno quello che farei se fossi Ministro della Salute, perché un consigliere scientifico deve dare un suo parere, poi è la politica che sceglie se recepirlo o meno. Quindi metterei in campo le mie idee. Ecco, una cosa che suggerirei è affidare la gestione del farmaco esclusivamente all’AIFA. Sarebbe l’unico modo che abbiamo per esercitare un controllo sull’uso dei farmaci. Assistiamo a differenze abissali nella cura dei pazienti oncologici tra le diverse regioni, e questo non è accettabile. Perché non ci sono malati di serie A e di serie B. Sono tutti uguali e non possono ricevere somministrazioni di farmaci a seconda della ricchezza delle regioni in cui vivono o di scelte indipendenti da parte di commissioni regionali e commissioni di singoli ospedali.

Quale politico inviterebbe volentieri a cena?
Avrei tanto voluto sedermi ad un tavolo assieme ad Enrico Berlinguer. È il solo che inviterei, con davvero tanto entusiasmo, se fosse in vita. Gli altri neanche li considero politici.

Lettura, scrittura, aggiornamento

Come trova il tempo di scrivere e dove?
Scrivo gli studi da pubblicare sulle riviste scientifiche e gli interventi per i congressi, principalmente durante il fine settimana. È un tempo che programmo con facilità perché è parte integrante del mio lavoro, che rientra in quella seconda svolta della mia vita di cui parlavo prima, che mi fa concentrare sulla ricerca. Che mi fa decidere di non fare la libera professione. Diciamo che i
pazienti che desiderano essere curati da me passano per il Servizio Sanitario Regionale. Gli amici, invece, passano da casa mia.
Dove? Nello studio di casa mia, a Perugia, seduto alla scrivania che mi ha regalato mio padre. L’ha fatta proprio lui: un falegname attento nel suo lavoro. Come ho già detto, sono un ragazzo del popolo, e vado veramente fiero delle mie origini. Sono figlio di gente che non aveva tanto in termini economici, ma era ricca di valori. Quelli che muovono grandi gesti.

Qual è il commento più memorabile che ha ricevuto da un referee?
Era il Duemila e un referee della rivista “The New England Journal of Medicine” scrisse che l’analisi statistica effettuata sullo studio che avevamo appena inviato sugli antiemetici era eccellente. Un lavoro che venne infatti pubblicato dalla rivista stessa.

Ma la peer review….. funziona come filtro di qualità della ricerca?
In realtà dovrebbe funzionare come filtro di qualità della ricerca, ma spesso non è così. Il che si deve all’elevato numero di riviste scientifiche e al tempo sempre più ridotto che gli “esperti”, contattati per la revisione dell’articolo, dedicano a questo fondamentale lavoro. Tutto ciò va sicuramente a scapito della qualità. Inoltre spesso ci sono conflitti di interesse, che dovrebbero essere dichiarati e che condizionano il lavoro dei reviewers. Va infine ricordato che è comunque l’editor della rivista scientifica a decidere i lavori da pubblicare e quelli da non pubblicare.

Quale rivista scientifica segue con particolare interesse?
Il “JAMA” (Journal of the American Medical Association) e il “BMJ” (British Medical Journal), perché sono le uniche due riviste di medicina interna al mondo completamente indipendenti. Comunque cerco di seguirne molte altre, sia di medicina interna che di oncologia medica e presto particolare attenzione agli articoli pubblicati a livello internazionale sulle terapie di supporto.

Ritiene che l’impact factor sia ancora un indicatore di cui fidarsi?
No, perché oggi è condizionato fortemente dalla dipendenza del medico rispetto alle aziende farmaceutiche, come ho già detto rispondendo ad una precedente domanda.

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?
Me ne guarderei bene: non sono un romantico. Al massimo potrei pensare di improvvisare una filastrocca per le mie due nipotine.

Quale libro ha sul comodino?
Sempre l’ultimo che compro. Adesso sto leggendo Bugiardi senza gloria, di Marco Travaglio.

Qual è l’ultimo libro che ha regalato?
Non regalo libri perché non faccio proprio regali. Non ci penso, delego mia moglie che conosce bene i miei amici e i loro gusti. Provvede lei anche a farli “studiare”.

Quale libro suggerirebbe ad un giovane oncologo in formazione?
Farma & Co. Industria farmaceutica: storie straordinarie di ordinaria corruzione, di Marcia Angell, già direttore del “New England Journal of Medicine”. Una delle figure più illuminate del mondo della medicina, che decide di lasciare la rivista per non avere condizionamenti di pensiero, nel momento in cui il “New England” inizia a pubblicare lavori non del tutto indipendenti. Nel libro smonta il castello di bugie che le multinazionali farmaceutiche producono per occultare la realtà della terza industria più remunerativa del mondo.

Parliamo di congressi: ASCO o ESMO?
Ambedue. Ovviamente in due continenti diversi con tematiche simili ma lavori scientifici che vengono riportati esclusivamente in uno dei due più importanti convegni di oncologia. Inoltre a differenza del passato, in cui si preferiva inviare il lavoro più importante al convegno degli oncologi americani, oggi l’importanza dei due convegni è simile. Simile purtroppo è anche l’impatto degli stand dell’industria farmaceutica: un grande mercato attraversato da migliaia di oncologi.

Ha ancora senso un congresso specialistico nazionale?
Ha senso! E credo che vadano promossi anche quelli regionali, purché vengano organizzati in maniera indipendente dall’industria farmaceutica.

Congressi: meglio online o di persona?
Aver preso dimestichezza con la modalità online sicuramente è stato importante, ma non è pensabile immaginare un futuro senza congressi in presenza. Quando passi tre giorni in compagnia di medici con i quali ti confronti in aula, poi ci parli di tutto, di come è organizzato un reparto, di quali casi rari sono capitati nell’ultimo periodo, delle varie esperienze in campo oncologico, di politica. Un’immersione nelle problematiche che riguardano l’oncologia e la ricerca a tutto tondo, che non sarebbe possibile su Zoom.

Ha mai usato i social media come strumento di aggiornamento?
No.

Ricordi, passioni e...

Ha delle paure nascoste che può confidarci?
Le cavallette contano? Perché a parte quei mostriciattoli verdi non mi spaventa niente.

Il più bel ricordo?
Professionale? Ma no, parliamo di quando ti nasce un figlio. Dopo 11 mesi esatti, il mio mi guarda e dice “papà”: il ricordo più bello di tutta la mia vita.

Qual è il suo più grande rammarico?
Non aver fatto corsi di inglese all’estero. Lo leggo e lo scrivo correttamente, ma a volte ho difficoltà nella comprensione, specie se non si parla di inglese scientifico.

Una lettera che non ha mai spedito?
Ah, ho sempre spedito commenti duri senza risparmiare nessuno. Quindi posso dire che non esiste una lettera che non ho mai inviato.

Le parole che non ha mai detto?
Non sono molto diplomatico. Anche nelle situazioni meno favorevoli ho sempre detto, in modo molto chiaro, quello che ritenevo importante.

Il compleanno più bello?
Il più bello è sempre quello che deve venire.

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe?
La libertà, i principi etici, la pasta col sugo d’oca di mia moglie.

Una cosa che la appassiona?
Ascoltare un brano musicale. Uno dei più importanti per me è stato House of the rising sun composta dagli Animals nel 1964.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?
Al tavolo e con la forchetta in mano.

Si mangia per sopravvivere o per godere?
Per sopravvivere, ma anche per passione. A volte un buon piatto ti fa sentire meglio.

Veg o carne?
Dieta mediterranea.

Che cosa ama di più del suo Paese? E cosa meno?
Amo i paesaggi. Amo la verde Umbria. Amo tutto il suo patrimonio artistico. Mi rammarico invece per l’incuria delle strade di alcuni centri storici, così belli e così poco rispettati.

Quale musica ascolta e dove?
Quella degli anni Sessanta, chiuso dentro al mio studio.

Il suo film preferito?
Philadelphia. Un film del 1993 ancora attualissimo, che bisognerebbe rivedere più volte.

Lo sport preferito?
Non pratico sport.

Mare o montagna?
Mare.

La vacanza più bella?
A Vieste nel 1977, in campeggio per 17 giorni.

La città italiana che più ama?
La capitale.

La città europea più bella?
La stessa: Roma.

Curiosità

Qual è la prima “pagina” che guarda sul giornale?
L’editoriale di Marco Travaglio (leggo “Il Fatto Quotidiano”).

Carta stampa o giornali online?
Entrambe.

La televisione serve a guardare…
Propaganda Live, Crozza Live, Report, le maratone di Enrico Mentana, Carta Bianca.

Il momento migliore della giornata: l’alba o il tramonto?
E chi li vede? Però, quando sono in vacanza, amo guardare il sole che tramonta.