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Controcorrente. Rape me. Rape me, again

Fotios Loupakis By 26 Gennaio 2021Giugno 3rd, 2021No Comments
Rubriche

di Fotios Loupakis

In un pomeriggio di maggio del 1991 Kurt Cobain, genio visionario ribelle e per questo sofferente, era buttato su un divano. Una maglietta sudicia e slabbrata. I capelli sugli occhi a fargli arrivare bagliori di luce al cervello come attraverso una tenda verticale. Quella luce unica che pervade Los Angeles. Fatto? Boh?! Ubriaco? Mah?! Ispirato? Sicuramente. Iniziava così a toccare le corde della chitarra e a strascicare delle parole. Rape me. Rape me. Rape me, again. E lo ripeteva e ripeteva. Do it and do it again. Come se quel dolore si potesse spremere, come se quell’angoscia si potesse scacciare.

A dicembre 2020 il “New England Journal of Medicine”, dà spazio a tre studiosi di Harvard pubblicando una loro “Perspective”. Il titolo fa bene la sua funzione e cattura l’attenzione con facilità. La pandemia dentro la pandemia – Intimate partner violence (IPV) in corso di Covid-19. Ammettendo a me stesso una sostanziale e colpevole ignoranza mi butto a leggerlo. Ed ecco il punto centrale: gli studiosi sono seriamente preoccupati del fatto che le restrizioni dovute ai lockdown costringono in casa vittime e aggressori. Il ragionamento fila. È così che molte organizzazioni impegnate sulla questione e responsabili del coordinamento di azioni specifiche di prevenzione e intervento precoce, come fili diretti telefonici ad esempio, potenziano quanto possibile le loro reti. Eppure? In alcune aree degli US i contatti si riducono anche a meno della metà. Bene? No, affatto. È il segnale che dalla propria prigione non si può neanche chiedere più aiuto se non si è mai soli neppure per un minuto. Se il truce secondino può seguirti in ogni istante. Se il suo sguardo troppo spesso cade sbieco sul tuo telefono.

IPV, un altro maledetto “effetto collaterale” del virus e delle cure necessarie.

I dati dicono che una donna su quattro e un uomo su dieci negli US vivono l’incubo della IPV. Chi è più colpito? Se c’è una cosa che la pandemia non smette di ricordarci ogni giorno è che a vincere è la disuguaglianza e sta peggio chi stava già male. In maniera direttamente (s)proporzionale. Chiaramente l’articolo passa in rassegna problemi che sono più tipici degli Stati Uniti e in primis l’estrema difficoltà che può comportare essere di colore, in una condizione, quella del subire violenza, in cui dovresti rivolgerti in primis alle forze dell’ordine. Ma sappiamo bene anche da fatti recenti che se sei di colore prima di fare il 911, ti fai un paio di domande.

E da noi? Un lavoro italiano pubblicato su “Rivista di Psichiatria” nel 2019 dice che “in molti Paesi l’IPV e la violenza domestica sono oggetto di survey nazionali, ma la ricerca scientifica sul tema vede principalmente coinvolti al momento l’Inghilterra e gli Stati Uniti” e gli autori concludono che “le istituzioni sanitarie e accademiche hanno il compito di inquadrare in termini epidemiologici e clinici il fenomeno”. Insomma, siamo ancora a cercare di capire quanto è grande il problema. Un altro pesante punto della lista delle cose da fare per la quale il virus ci ha messo in mano carta e calamaio.

Un anno dopo quel pomeriggio di primavera, i Nirvana erano in viaggio per andare a suonare agli MTV Music Awards: dopo innumerevoli discussioni, erano stati costretti ad accettare di non fare quel pezzo. MTV lo trovava scomodo, troppo provocatorio. E io Kurt Cobain me lo immagino con la testa appoggiata al finestrino, lo sguardo perso un po’ nel vuoto, ma con un sorriso. Perché lo sapeva bene che, tanto, l’avrebbe cantata lo stesso.