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Quinta tappa: Saint-Jean-de-Maurienne – Saint-Vulbas, 177 km

A cura di Massimo Di Maio By 4 Luglio 2024No Comments
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Dopo le fatiche alpine del 2 luglio, la quinta tappa (177 km) è stata disegnata con tanta pianura e poche asperità. Era la prima interamente in territorio francese: dopo l’emozionante apertura in Italia, il Tour è tornato a buon diritto sulle strade di casa. Alla partenza da Saint-Jean-de-Maurienne, Pogačar di nuovo in maglia gialla: sul Galibier ha fatto capire a tutti chi sarà l’uomo da battere quest’anno.

Dopo lunghi tratti pianeggianti e poche salite, la carovana è arrivata, passando dalle parti di Lione, a Saint-Vulbas, piccolo comune che si trova nella regione dell’Alverinia-Rodano-Alpi. Una tappa “tranquilla” (se mai esistono tappe tranquille al Tour…), ha detto Alessandro Petacchi nel suo commento televisivo quando mancavano una quarantina di km all’arrivo. Ma anche le tappe tranquille nascondono insidie: con le strade francesi è tornata la pioggia, e sono tornate le rotonde e gli spartitraffico che mettono sempre alla prova l’attenzione dei corridori, basta una minima distrazione per trovarsi a terra. Lo stesso Pogačar con un gioco di prestigio è rimasto in piedi dopo essersi trovato all’improvviso uno spartitraffico davanti alla ruota. Soprattutto, anche le tappe tranquille possono entrare nella storia, anzi nella leggenda: quella di oggi ha visto la vittoria numero 35 al Tour per Sir Mark Cavendish, che era venuto a questo Tour con un sogno preciso: quello di vincere almeno una tappa e superare, dopo averlo eguagliato, il record incredibile che finora era stato del mitico Eddy Merckx. Il belga Jesper Philipsen ha provato a contrastare “Cannonball” e a impedirgli di superare il record del suo connazionale, ma oggi il britannico doveva volare avanti a tutti per arrivare all’appuntamento con la storia. A 39 anni suonati, il velocista dell’isola di Man ha scritto il suo nome anche in questa edizione del Tour, insomma è il più vincente di sempre: per 35 volte ha potuto alzare le braccia al traguardo. Un palmarès incredibile per uno che ha vinto tante tappe anche al Giro e alla Vuelta, ed è stato anche campione del mondo, su strada e in pista. E pensare che qualche giorno fa, nella tappa iniziale, era stato male ed aveva dovuto contare sul supporto dei compagni di squadra per arrivare al traguardo entro il tempo massimo…

Quest’anno ognuna delle 22 squadre alla Grande Boucle schierava in partenza 8 corridori (qualcuno in realtà si è già ritirato in questi primi giorni di corsa), in rappresentanza di 13 diversi Paesi: Francia (con 5 squadre), Belgio (4 squadre), Paesi Bassi e Stati Uniti (2 squadre), Australia, Gran Bretagna, Germania, Kazakistan, Spagna, Israele, Bahrein, Norvegia ed Emirati Arabi Uniti (1 squadra). Purtroppo ne manca una italiana italiana, anche se nelle fila delle varie squadre sono presenti alcuni nostri connazionali. Tra loro Giulio Ciccone, che sulle prime salite non ha sfigurato. Non dimentichiamoci che il ciclismo esalta le imprese dei singoli, ma è uno sport di squadra. Il lavoro di squadra è preziosissimo in bici come nella nostra attività professionale.

In oncologia questo concetto merita di essere ribadito a vari livelli: è un lavoro di squadra quello multidisciplinare che consente di gestire al meglio la diagnosi e la terapia dei nostri pazienti, grazie all’interazione quotidiana con tanti altri specialisti come i chirurghi, i radioterapisti, i radiologi, gli anatomopatologi, i medici nucleari e tanti altri. È un lavoro di squadra quello che consente, ogni giorno, nei nostri ambulatori, nei nostri day hospital, la gestione di tanti pazienti, grazie al lavoro di medici, infermieri, farmacisti, operatori socio-sanitari. Ancora, è un lavoro di squadra quello che consente, tutti i giorni, di ottimizzare la cura dei pazienti oncologici, grazie al supporto prezioso di psicologi, di dietologi e nutrizionisti, di assistenti sociali, di specialisti di cure palliative e di supporto.

Nelle difficoltà delle nostre giornate lavorative, poter contare su una squadra forte aiuta a superare i momenti di difficoltà, aiuta a progettare strategie vincenti, aiuta anche a rivedere insieme le giornate storte, cercando di capire dove migliorare nelle prossime tappe. Provate a chiedere a Pogačar come sarebbe affrontare da solo una tappa di montagna, o provate a chiedere a Cavendish come sarebbe preparare un arrivo in volata senza il “treno” di una squadra forte a supportarlo: molte tappe della Grande Boucle, ne sono convinto, avrebbero un’altra storia.