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Luigi Cavanna

A cura di Luciano De Fiore By 11 Dicembre 2023No Comments
Rubriche

Lavoro e formazione professionale

Past President CIPOMO
Già Direttore Dipartimento di Oncologia-ematologia e Direttore di UOC di Oncologia Medica, ASL di Piacenza

Nella formazione di un medico, quanto contano i “Maestri”?
Credo che i Maestri contino molto, non solo per l’insegnamento tecnico-scientifico, ma anche e soprattutto per l’insegnamento “di vita”, come il rispetto per il più debole (e quando si è malati in un letto d’ospedale si è sempre un po’ più deboli), l’eguaglianza dei pazienti, l’impegno per portare sempre sollievo a chi si trova in un momento molto particolare della vita.

Nella sua formazione, può dire di avere avuto un Maestro?
Sì, ho avuto più di un Maestro: uno durante il tirocinio pratico ospedaliero al Policlinico S. Matteo di Pavia (il professor Edoardo Storti), poi da assistente all’ospedale di Piacenza (il professor Luigi Buscarini), più recentemente durante un periodo formativo sulla ricerca clinica (il professor Alessandro Liberati). Ricordo queste tre persone che mi hanno aiutato a crescere, a cui spesso, anche involontariamente, penso nei momenti di difficoltà e di scelte difficili chiedendomi: in questa situazione che cosa farebbe? Come si comporterebbe?

Ha passato periodi di studi all’estero? Se sì, dove e per quanto tempo?
Sì, ho passato dei periodi formativi all’estero, il più lungo circa 8 mesi all’Hopital S. Louis di Parigi presso il “Service d’Hémato-oncologie”, tornandovi poi per alcuni anni per circa 10-15 giorni/anno. Ero affascinato dalle modalità organizzative dei francesi, poi era il Dipartimento diretto in precedenza dal “leggendario” professor Jean Bernard. Successivamente, per periodi più brevi, ho frequentato l’MD Anderson di Houston e il Karolinska Institutet di Stoccolma. Mi piaceva molto il confronto con i colleghi di cui ero ospite e mi piaceva pensare che potevo riprodurre nel mio ospedale ciò che stavo imparando li.

Perché ha scelto di fare l’oncologo?
Ho scelto di fare l’oncologo per poter aiutare le persone ammalate di tumore, per dare un contributo anche se puntiforme allo sviluppo delle conoscenze. La mia prima formazione è stata in oncoematologia, nella clinica Medica diretta da Edoardo Storti a Pavia. Da studente del sesto anno restavo fino a tarda sera in reparto, ma mi veniva una gran voglia di scappare per sempre da quel reparto: troppi giovani morivano, ma il giorno dopo tornavo ancora prima e restavo lì ancora fino a più tardi. Mi sentivo fortunato perché non ero malato e sentivo di dovermi impegnare per chi invece lo era, sia nella cura sia nella ricerca.

Qual è la sua maggiore soddisfazione nella vita professionale?
La maggior soddisfazione è vedere il giorno dopo migliorato quel paziente che avevi salutato la sera prima in condizioni molto critiche ed eri quasi sicuro che non lo avresti rivisto il giorno dopo. Vedere malati lungo-sopravviventi e vedere guarire malattie considerate prima inguaribili: si pensi alle metastasi epatiche da carcinoma del colon, all’effetto dell’imatinib sulla leucemia mieloide cronica e sui GIST per esempio.

Ricorda invece una delusione?
Ricordo molte delusioni, non solo frustrazioni per gli insuccessi che sono inevitabili in questa professione, ma soprattutto l’ingratitudine da parte di colleghi che pensavo di aver molto aiutato e più raramente anche da parte di caregivers che sembravano non aver capito tutto ciò che era stato fatto, ben oltre a ciò che era dovuto da un punto di vista “istituzionale” e di linee guida.

Qual è la parte del lavoro di medico più gratificante?
La riconoscenza dei pazienti e dei loro parenti. Riconoscenza non dovuta ovviamente, ma molto importante anche come spinta all’impegno ulteriore, e come effetto “antistanchezza” e “antidepressivo”. Spesso mi è capitato di fare soltanto ciò che doveva essere fatto, ciò che ritenevo normale fare, ma di ricevere in cambio parole e soprattutto sguardi e gesti che ripagavano molto di più rispetto a ciò che era stato fatto.

E la più noiosa?
Alcune riunioni, molto spesso inconcludenti, in cui si perde tempo, in cui anche molti colleghi si “parlano addosso”, quasi felici e soddisfatti solo di ascoltare se stessi. Mentre la componente burocratica ci è imposta, uno snellimento di queste riunioni sarebbe auspicabile e fattibile. Mi piace ricordare a questo proposito ciò che dice il filosofo francese Paul Ricoeur: “Viviamo in un’epoca in cui all’ipertrofia dei mezzi (si pensi a tutte le complesse procedure) corrisponde l’atrofia dei fini”.

Sfide e scommesse

Se fosse Ministro della salute, quale sarebbe la prima cosa che cercherebbe di fare?
Rimanendo in ambito oncologico, ma estendibile ad altri campi della medicina, cercherei di capire, al di là dei report ufficiali, il reale livello di sacrifici e disagi a cui devono sottoporsi i malati cronici, come i malati oncologici e i loro parenti, per ricevere un trattamento in tempi adeguati. Capire quanto pesa realmente la distanza dal luogo di cura per malati che devono continuare le terapie spesso per tutta la vita o quasi, come i pazienti con tumore metastatico. Capire anche le difficoltà dei medici ed infermieri nel dare un’assistenza adeguata. Cercherei di strutturare una valutazione diretta con personale dedicato che verifichi e controlli le difficoltà reali che il malato incontra.

E se, da docente qual è, fosse invece Ministro dell’università e della ricerca?
Cercherei di rendere più diffusa la ricerca clinica, attuando interventi normativi, come è stato fatto nella mia regione, l’Emilia Romagna, con la legge regionale n.29 del dicembre 2004, che ha reso la ricerca clinica una delle funzioni istituzionali proprie di tutte le Aziende Sanitarie, al pari della funzione assistenziale e delle attività di formazione. Le reti oncologiche, là dove già attive o in via di istituzione, possono favorire la “diffusione” dei programmi di ricerca clinica coinvolgendo medici ed infermieri anche al di fuori degli IRCCS e dei reparti universitari e ospedalieri, solo così si potrà garantire una cura di qualità. Si continua a ripetere: dove si fa ricerca si cura meglio. Dovremmo rispondere alla domanda: perché io cittadino che abito in zone rurali devo essere curato da professionisti che non fanno ricerca e quindi meno bene?

Quale politico inviterebbe volentieri a cena?
Ho un grande rispetto degli eletti dal popolo, inviterei volentieri un politico che si presenti con pacatezza, con umiltà, che non alzi i toni, che non offenda, che sappia dire “Non lo so”. Credo che potrei imparare, da un politico con questo “fenotipo”.

Come vede il processo di regionalizzazione del Sistema sanitario nazionale?
Se la regionalizzazione crea disuguaglianza per la prevenzione e cura delle malattie fra i cittadini, allora considero questo processo molto negativo. Al contrario, se permettesse di premiare quelle regioni che realmente promuovono la salute, potrebbe andare bene, prevedendo però una compensazione per i cittadini residenti in regioni meno efficienti.

Lettura, scrittura, aggiornamento

Come trova il tempo di scrivere e dove?
Trovo il tempo di scrivere nei fine settimana, durante i periodi di ferie; generalmente scrivo a casa, nel luogo di lavoro mi è molto difficile.

Ricorda un commento memorabile ricevuto da un referee?
Sì, più di uno, in bene: “è un lavoro ben scritto, coerente, che aggiunge informazioni utili”, in male: “è un lavoro che non aggiunge nulla all’argomento oggetto di studio”…

Ma la peer review funziona come filtro di qualità della ricerca? 
Credo di sì, anche se vi sono revisori che danno l’impressione di leggere solo l’abstract…

Quali riviste scientifiche segue con particolare interesse?
The New England, British Medical Journal, Journal Clinical Oncology, ESMO OPEN e Recenti Progressi in Medicina.

Ritiene che l’impact factor sia ancora un indicatore affidabile?
Sì, credo di sì, non dovrebbe essere l’unico indicatore però della bontà di una ricerca, e neanche l’unico indicatore per il “valore” di un professionista.

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?
Ho solo sognato, ma probabilmente non ho perseverato nel sogno.

Tiene o ha tenuto un diario?
Non ho mai tenuto un diario, mi sarebbe piaciuto però.

Possiamo chiederle quale libro ha sul comodino? 
C’est de l’homme qu il s’agit , di Jean Bernard, e Requiem pour la vie, di Leon Schwartzemberg, grande oncologo a Villejuif. Per la verità sono sul comodino da molto tempo, di tanto in tanto rileggo alcune pagine.

Qual è l’ultimo libro che ha regalato?
Non ne ho regalati.

Il libro che vorrebbe portare su un’isola deserta?
Le Poesie di Giacomo Leopardi.

Quale libro suggerirebbe a un giovane oncologo in formazione? 
L’imperatore del male. Una biografia del cancro di Siddhartha Mukherjee, e Medici umani, pazienti guerrieri. La cura è questa, di Gianni Bonadonna.

I suoi scrittori preferiti?
Da adolescente: Emilio Salgari, poi Pier Paolo Pasolini.

Parliamo di congressi: ASCO, AHA o ESMO?
L’ASCO credo sia sempre il più importante anche se l’ESMO si sta avvicinando ad ASCO.

Ha ancora senso un congresso specialistico nazionale in Italia?
Sì, ha ancora senso. È importante vedersi, comunicare, discutere, prendere un po’ di tempo per la comunicazione.

Congressi: meglio online o di persona?
Di persona credo sia meglio, online permette di risparmiare tempo. È giusto poter contare su entrambe le possibilità.

Utilizza i social media come strumento di aggiornamento?
Sì, li utilizzo e credo si utilizzeranno sempre di più, è importante però verificare le fonti.

Ricordi, passioni e...

Qual è stato il suo primo “esame”?
Il primo esame per medicina: istologia a Pavia.

Ha delle paure nascoste che può confidarci?
Certo: paura delle malattie, delle guerre, degli imprevisti (anche molto seri) che a volte si possono incontrare nelle giornate di lavoro. Ho fatto mia la frase “la routine è un insieme di successi”. Quando arrivo a casa alla sera e non è successo nulla mi ritengo fortunato. È sufficiente una reazione anafilattica ad un farmaco, o una complicanza di una manovra diagnostica invasiva ad un paziente che la vita può essere non dico stravolta, ma messa in seria difficoltà.

Il più bel ricordo?
Sono due: il primo quando mi sono sposato e il secondo quando sono diventato primario a 41 anni.

Qual è il suo più grande rammarico?
Di non riuscire a fermare il tempo o almeno rallentarlo, credo che il tempo sia una componente fondamentale nella vita di ognuno di noi. Anche per questo mi sento profondamente impegnato per non “rubare” tempo con i viaggi, parcheggi e attese per le cure, dei malati oncologici: per molti di loro il tempo è ancora più importante rispetto ai non malati.

Una lettera che non ha mai spedito? 
No, in genere le lettere le spedisco belle o “acide”.

Il compleanno più bello?
Sono stati tutti belli (fino ad ora), ma in genere non festeggio il compleanno.

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe?
La possibilità di esprimere ciò che penso, liberamente, con rispetto, ma con la libertà di poter dire ciò che penso indipendentemente dal ruolo dell’interlocutore

E qualcosa a cui vorrebbe rinunciare?
Ogni giorno rinuncio a qualcosa; ad esempio quando suona la sveglia alle 5.45.

Cosa la appassiona davvero?
Mi appassiona ancora oggi la voglia di scrivere un lavoro scientifico, di confrontarmi con la comunità scientifica, poi mi appassiona molto il concetto di medico bravo che fa ricerca, che pubblica, che è competitivo, ma anche umile, disponibile, semplice e umano, che manifesta la stessa attenzione sia per il ricco che per il povero, per “l’eroe stoico e per il vagabondo lamentoso”.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?
Non so cucinare, però so fare il caffè con la moka al mattino presto, quindi preferisco stare al tavolo, anzi alla sera spesso inizio a mangiare in piedi, mia moglie mi dice perché non ti siedi? Rispondo che è una questione di tempo, non di fame, mi corregge.

Si mangia per sopravvivere o per godere?
Entrambe, però più per sopravvivere nella vita reale di tutti i giorni.

Che cosa ama di più del suo Paese? E cosa meno?
Di più la capacità di sapersi risollevare dalle tragedie come dalle guerre, dalle calamità naturali, terremoti, alluvioni, ecc., la capacità nonostante tutto, di aver risultati in ambito medico/oncologico in termini di sopravvivenza dei pazienti fra i migliori di Europa. Di meno: il non rispetto delle regole, anche se ovviamente non è così per tutti i cittadini.

Quale musica ascolta e dove?
Mi piacciono le canzoni di Francesco Guccini, Franco Battiato, Antonello Venditti, John Lennon e altri. Ascolto soprattutto viaggiando, in auto.

Il suo film preferito?
Zabriskie Point, poi i film di Sergio Leone e di Pier Paolo Pasolini.

Treno, auto o aereo?
Treno e auto.

Lo sport preferito?
Non ho sport preferiti, cerco di camminare fra i campi appena posso (abito fuori città, in campagna).

Mare o montagna?
Entrambi (poco).

La vacanza più bella?
Creta, nel 1992.

La città italiana che più ama?
Roma, però non posso non ricordare la mia città: Piacenza.

La città non italiana che preferisce?
Parigi, dove ho ancora tanti parenti e in Avenue Victor Hugo,e a pochi metri dall’Arco di Trionfo, vi è la farmacia Cavanna Madeleine (mia cugina).

Curiosità

Qual è la prima “pagina” che guarda sul giornale?
Comincio sempre dall’ultima pagina, poi a ritroso arrivo alla prima.

Carta stampa o giornali online?
Entrambi.

Guarda la televisione) Se sì, quali programmi?
Sì, soprattutto i telegiornali.

Con chi si sente più spesso al telefono?
Con pazienti, mia moglie e colleghi.

Il momento migliore della giornata: l’alba o il tramonto?
L’alba. All’alba di ogni giorno cerco di andare incontro alla giornata con tanti buoni propositi.

Ha una stagione preferita?
Sì certo: l’autunno, i colori della natura sono bellissimi nelle valli piacentine, poi arriva il periodo di Natale…