Skip to main content

Controcorrente. Lo studentello

Fotios Loupakis By 23 Febbraio 2021Giugno 3rd, 2021No Comments
Rubriche

di Fotios Loupakis

“Papaaaaaaaà”
“Ehhh”

Eh lo so. È successo. Non riesco neanche a capire davvero perché, ma mi chiama così. Non sono «‘r su’ babbo». Non sono neanche «il suo papà» però, dai. Sono «‘r su papaaà». Un mix. Rigorosamente però con uno strascico di tante “a” in fondo che suonano come una cantilena da imprinting veneto. È per via dell’asilo. Però credo sia come il colore degli occhi nel primo anno. Si farà.

“Papaaaaaaà”
“Dimmi, amore mio”
“Chi è quel bimbo?”
“Ma quale bimbo, piccola?”
Alzo gli occhi seguendo il suo ditino che punta in alto alla statua che abbiamo davanti.
“Ma non è un bimbo! È un signore”.

Però un attimo, mica era facile spiegarglielo. Eravamo a un paio di centinaia di metri da casa, in Prato della Valle. Padova. La più grande piazza d’Italia? Così dicono. Non so se sia vero, ma è grande. Un canale ellittico disegna un’isola ovale al centro della piazza e ai due lati del rigagnolo d’acqua ci sono due file di statue su tutto il perimetro. Sono 78 in tutto. Ma cos’ha questa di tanto speciale d’aver attirato l’attenzione di Irene Blue? Anzi, per la precisione: Irene Blue detta Bo. Ci tiene molto. Come ti chiami? “Irene Blue detta Bo”. Io fino a quel momento mi ero limitato a cercare tra tutte quella di Galileo. D’altronde, da pisano trasferito a Padova, un filo d’analogia la vuoi fa’. Poi magari ti ridimensioni un attimo. E mentre guardavo il bimbo-non-bimbo di marmo, strizzavo un po’ gli occhi e sillabavo a mezza voce quello che riuscivo a leggere nel grigio della pietra bagnata. Pioveva, e il cielo era grigio. Mancavano i contrasti, mettiamola così, anche se più sinceramente dovrei finirla di uscire senza gli occhiali da vista. “Ioannes – Bap – Morgagnus”. Giovanni Battista Morgagni.

“Non è un bimbo, Bo. È un grande dottore. Anzi, anzi, un grandissimo Professore”. L’ho presa in braccio, per avvicinarla. “Vedi, è un signore con dei lunghi capelli ricci, una parrucca”. Eppure aveva un po’ ragione lei. In proporzione è proprio un bimbo. Perché quella statua è diversa dalle altre 77. Così mentre mi ricordavo di una storia-leggenda che mi avevano raccontato 5 anni fa al terzo Spritz Cynar – bono da mori’, #conlaperolmifaschifo – ruotavo su me stesso. Una lenta giravolta indagatrice con lo sguardo da rapace miope nella nebbia su ogni statua tutt’intorno.

“Vedi Bo, tutte le statue hanno una persona sola. Questa ne ha due”. Naturalmente da qui in poi l’interesse della duenne si era giustamente spostato verso il monopattino che era rimasto poco lontano nell’erba. Ma io, tenace e fermo educatore, ci tenevo a continuare. “Il signore più grande, quello alto come tutti gli altri, è uno scultore. È lui che ha scolpito il bimbo. Cioè il busto. Cioè sembra un bimbo, ma perché è solo metà”. “Ohi ohi, mi sono incartato. Questa storia è troppo contorta”, ho pensato. “Allora” – sono ripartito deciso di dirgliela tutta d’un fiato e quel che si capiva si capiva – “tutte le statue vengono scolpite. Qui c’è scolpito uno scultore con accanto una sua scultura. Ma ovviamente il tutto non l’ha scolpito lui, ma qualcun altro. L’uomo intero è lo scultore, mentre quello che sembra un bimbo è solo metà del grandissimo Professore. Si chiama busto”. A quel punto era necessario metterla in terra e fare il gesto con le mani, dal petto alla testa.

“Ma è piccolo il bimbo, è in braccio al papaaaà?”
“Nooo Irene Blue. Non è un bimbo. E non è in braccio. È accanto. Quando facevano le statue, questo signore, che si chiamava Giovanni, voleva entrare nella statua e allora siccome lui non era proprio stato scelto per entrare nella statua si sono inventati questa cosa: hanno fatto la statua per uno scultore, Pietro, il cui merito era quello di aver scolpito il bimbo. Cioè il Professore”.
Nonostante la tortuosità del ragionamento mi guardava pensierosa. Probabilmente a quel punto mescolando il desiderio di monopattino e di un cracker che era caduto (nel mio) dimenticatoio, con tutte quelle parole nuove. Ma è ben abituata al fatto che papà parla tanto. “Quel bimbo-signore ha fatto tante scoperte, Bo. Apriva le persone quando erano morte e scopriva tante malattie. E poi disegnava benissimo quello che vedeva.” Oh gente, spiega’ un anatomo-patologo a un figliolo di du’ anni è un casino eh. “Però era bravissimo, ed era famoso perché voleva sempre insegnare. Aveva tanti, tantissimi studenti. Forse un po’ voleva anche insegnare per essere famoso. Anche per questo voleva che facessero tante statue con la sua faccia”.

Con il monopattino ciondoloni nella sinistra e la mano della creatura nella destra cammino verso casa nel prato bagnato. Strascico un po’ i piedi, un filo d’umido dalle sneakers di tela ci passa. E fa vita. Testa bassa. La tuta della domenica è sporca delle piedate della bimba. Intanto penso a un paio di sere fa quando ho visto incredulo un video in differita sui social. Era l’ennesimo scontro in un talk show sulla pandemia. Un medico, professore, alta carica istituzionale, affrontava (o meglio liquidava) un altro medico alla ribalta da settimane per affermazioni ben poco scientifiche. Nelle parole del primo: “…non stiamo parlando con un medico, stiamo parlando con uno studentello di medicina che ancora non ha aperto manco un libro. Questa è la mia personale opinione da professore universitario. Da professore universitario”. Non è un errore, lo ha detto due volte. E tra la prima e la seconda con il palmo della mano sollevato e aperto in segno di stop verso una presente che cercava di fermarlo.

Studentello.
Pensieri confusi.
Lungo sospiro.