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Il Giro d’Italia. Undicesima tappa – Negrar

A cura di Massimo Di Maio By 13 Dicembre 2021No Comments
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di Massimo Di Maio

Per il Giro d’Italia, il 2011 non fu affatto un bell’anno. Il numero simbolo di quel Giro nella mia testa rimane il 108, il numero di maglia del velocista belga Wouter Weylandt, che morì tragicamente nel corso della terza tappa, il 9 maggio. Quel giorno la carovana del Giro passava per l’Appennino ligure e il Tigullio, affrontando il Passo del Bocco. Come tante altre discese, quella dopo il valico venne percorsa dal gruppo a grande velocità, e il giovane belga urtò un muretto a bordo strada, venendo sbalzato sull’asfalto. Purtroppo i soccorsi e i tentativi di rianimazione furono inutili, e a molti in quei momenti sembrò di rivivere la tragedia di Fabio Casartelli nel 1995. Chi esce in bici con me lo sa bene: io odio le discese, le affronto sempre piano (troppo piano!) e sicuramente immagini come quelle di quel giorno non mi hanno aiutato a vincere la paura e a mollare di più i freni…

Per la cronaca, quel Giro lo vinse lo spagnolo Contador, che però qualche mese dopo venne squalificato per doping, e la vittoria fu assegnata a tavolino a Michele Scarponi. Il grande Michele, “l’aquila di Filottrano” (anche lui scomparso tragicamente in un incidente nel 2017 mentre si allenava in bici), risulta quindi nell’albo d’oro del Giro anche se non ebbe il piacere di festeggiare la vittoria sul podio.

Insomma, si è capito che non ricordo con piacere il Giro del 2011. All’epoca lavoravo a Napoli, e la maggior parte delle mie uscite in bici erano in penisola sorrentina. Peraltro anche quell’anno, come l’anno prima, mi unii agli amici del gruppo di Sorrento per la “nostra” Tirreno-Adriatico, la pedalata da Sorrento a San Giovanni Rotondo. Una tappa di circa 240 km, passando da Benevento e dal valico di Buonalbergo sull’Appennino, per scendere poi in Puglia verso il Gargano. La salita di San Giovanni Rotondo – va detto – non è durissima, ma salire quei tornanti con oltre 200 km nelle gambe (quasi tutti con un vento ostinatamente contro!) non è sicuramente una passeggiata. Conservo bei ricordi di quella giornata: la sosta nella salumeria sull’Appennino, la visita al santuario di Padre Pio, la cena tutti insieme e poi il rientro a casa in pulmino…

Come detto nelle tappe precedenti, in quegli anni ero nel working group AIOM Giovani, e proprio alle elezioni dell’ottobre 2011 venni confermato coordinatore. Proprio in quell’occasione diventava presidente dell’Associazione Marco Venturini che, dopo una lunga carriera a Genova, da qualche anno si era trasferito a dirigere il Dipartimento di Oncologia all’Ospedale “Sacro Cuore Don Calabria” di Negrar, in Veneto. Ahimè, poco più di un mese dopo la sua nomina a presidente AIOM, ci raggiunse la tragica notizia della sua morte improvvisa. Ricordo lo sconforto e l’incredulità all’arrivo di quella telefonata. Non avevo mai lavorato direttamente con Marco, ma il comune impegno in AIOM mi avevano dato più volte occasione di collaborare con lui, di apprezzarne non solo la pacatezza e la bonarietà del carattere, ma anche e soprattutto la lucidità e il rigore scientifico. Prima di essere eletto presidente, Marco era stato segretario nazionale dell’AIOM e per molti anni coordinatore delle Linee Guida della nostra Associazione sul carcinoma della mammella. Molto impegnato nella ricerca clinica, era stato coordinatore del Gruppo Italiano del Carcinoma della Mammella (GIM) e del Gruppo Italiano del carcinoma Renale (GIR).

Parecchi brutti ricordi, insomma, in quel 2011. Weylandt cadde all’improvviso, per non rialzarsi più da quel maledetto asfalto, durante la terza tappa di un giro dove erano previsti diversi arrivi adatti ai velocisti, e lui sognava di tagliare qualche traguardo a braccia alzate. Doveva ancora compiere 27 anni, e poteva correre ancora tanto. Marco era diventato presidente AIOM da poche settimane, e aveva davanti 2 anni interi per lavorare al suo mandato. Aveva da poco compiuto 57 anni, da 5 anni circa era a Negrar e, conoscendolo, non fatico a credere che avesse tanti progetti clinici e scientifici da realizzare, alcuni già in cantiere, altri ancora nella sua testa. Qualunque sia il nostro lavoro, è bellissimo fare progetti, ma è anche importante vivere ogni giorno pienamente, perché non sappiamo cosa ci aspetta alla prossima curva, al prossimo ostacolo.

Far arrivare questa tappa del mio Giro a Negrar vuole essere un omaggio alla memoria di Marco Venturini e al suo impegno per l’oncologia, per la ricerca e per AIOM. Ogni anno, in occasione del congresso nazionale, AIOM ricorda Marco con una lettura, istituita per ricordare il suo importante contributo per lo sviluppo della ricerca oncologica in Italia. La lettura che porta il nome di Marco premia ogni anno un giovane oncologo che si sia distinto per una pubblicazione e per un percorso di ricerca in ambito clinico o traslazionale.

Dal Giro, per oggi, è tutto. Alla prossima tappa!