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Il Giro d’Italia. Sesta tappa – Rossano

Massimo Di Maio By 25 Giugno 2021No Comments
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di Massimo Di Maio

Nel 2006, il Giro d’Italia partì dal Belgio il 6 maggio. Pochi giorni prima, il 2 maggio, avevo iniziato la mia esperienza lavorativa all’Oncologia di Rossano, in provincia di Cosenza. Dal termine della specializzazione, qualche anno prima, fino ad allora, avevo frequentato l’Istituto Tumori di Napoli grazie a una borsa AIRC, iniziando a partecipare a concorsi in giro per l’Italia. Quello di Rossano non era il primo che facevo, ma fu il primo che vinsi.

Quell’edizione del Giro, come spesso capita, suscitando il malumore di una parte degli sportivi, non toccò le regioni del Sud: la tappa più meridionale arrivò a Peschici nel Gargano, senza tappe in Campania, in Basilicata, in Calabria o nelle isole. Io invece, in quella primavera del 2006, caricate le valigie – e ovviamente la bicicletta – in macchina, percorsi la Salerno-Reggio Calabria in direzione Sud. Dal punto di vista lavorativo, una realtà molto differente: dall’Unità Sperimentazioni Cliniche del Pascale, tra collaborazioni internazionali e tanti farmaci innovativi, ad un day hospital “di provincia”, dove l’obiettivo era riuscire a garantire “lo standard di cura” ai pazienti del posto. Sicuramente diverso il tipo di lavoro, diverse le difficoltà quotidiane, certamente tante le ansie per un oncologo poco più che trentenne alla prima esperienza da dirigente medico, con le incombenze e le responsabilità connesse, per giunta in un posto a me sconosciuto.

In quelle settimane, Ivan Basso ebbe poche difficoltà a vincere quell’edizione del Giro, lasciando ad oltre 9 minuti il secondo in classifica. Dal canto mio, avrei messo la firma per superare l’esperienza calabrese “rimanendo tranquillamente in gruppo”, arrivando al traguardo senza incidenti e senza essere troppo staccato in classifica. Qualche settimana dopo l’inizio del lavoro in Calabria, all’inizio di giugno di quel 2006, incontrai al meeting ASCO di Atlanta il professor Angelo Raffaele Bianco, “fondatore” dell’Oncologia della Federico II di Napoli, nonché direttore negli anni in cui mi ero prima laureato e poi specializzato. Bianco, “Lello” per gli amici, è nato proprio a Rossano, sebbene abbia lasciato la costa jonica molto giovane, per gli studi e la carriera. Ricordo che ci parlammo nei corridoi del convention center di Atlanta, e che fu veramente felice di sapere che avevo vinto il concorso proprio nella “sua” Rossano. Ci demmo appuntamento per l’estate, in quanto mi anticipò che come ogni anno sarebbe venuto a passare qualche settimana nella casa di villeggiatura su in Sila, a Camigliatello. Chi non conosce la Calabria non immagina quanto siano vicini in linea d’aria il mare e la montagna. Io, uscendo in bicicletta, imparai presto che Rossano non offriva solo la pianura litoranea, ma anche bellissime salite a pochi chilometri di distanza, alcune anche molto dure. Salendo da Rossano, curva dopo curva, si arriva fino in Sila, e con il professor Bianco ci demmo proprio appuntamento, un sabato d’estate, all’incrocio della salita di monte Altare, anche se lui dubitava che potessi arrivare puntuale salendo direttamente da Rossano in bici e non avvicinandomi in macchina. Dovette ricredersi, arrivai puntuale. Il professore, oltre ad essere un grande ricercatore e clinico, è un grande appassionato di ciclismo. Quella mattina di agosto 2006, già ultrasettantenne ma ancora in forma con il suo fisico da “scalatore”, era uscito con un gruppetto di amici, e io mi unii al gruppo per la seconda parte del loro giro in Sila, accompagnandoli poi a Camigliatello e rifocillandomi a casa sua prima del ritorno (quasi tutto in discesa) verso Rossano. La moglie avrebbe voluto che mangiassi come se poi dovessi affrontare un intero giro d’Italia.

Ricordo i due anni trascorsi in Calabria con grande nostalgia. Professionalmente, un’esperienza molto formativa, con i colleghi che diventarono presto dei buoni amici: Stefania Infusino (l’unica che avevo già conosciuto prima di prendere servizio), Alessia Perricelli, Angelo Pomillo e Franco Iuliano, che non era ancora lì quando arrivai ma che dopo qualche tempo sarebbe diventato il nostro direttore. Abitavo a pochi minuti dall’ospedale, e quindi riuscivo a ritagliarmi abbastanza tempo libero anche per le uscite in bicicletta (per me, che avevo sempre fatto il pendolare prima per studio e poi per lavoro tra la penisola sorrentina e Napoli, era un sogno!). Grazie a un gruppo di amici conosciuti al negozio di bici, le strade della Sibaritide mi diventarono presto molto familiari: i fine settimana in tutte le stagioni, quando non rientravo a Sorrento, erano scanditi da uscite molto belle tra la piana di Sibari e le salite della Sila greca, spesso precedute da una pizza tutti insieme il venerdì sera. Per i primi mesi dell’esperienza calabrese, ero anche single, quindi le serate erano tutte per i colleghi e per gli amici di bici.

Un Giro che si rispetti ha tappe dalle caratteristiche molto diverse: ci sono tappe a cronometro, tappe in linea adatte ai velocisti, tappe con grandi salite. Sicuramente i due anni trascorsi a Rossano hanno avuto, per il mio percorso professionale, caratteristiche differenti rispetto alle tappe precedenti e successive. Ero partito pensando di non poter contare su una squadra, dato che arrivavo da solo in un posto dove non ero mai stato prima, e invece mi accorsi subito che la squadra c’era e che mi avrebbe dato una grossa mano. Due anni dopo, quando ebbi l’opportunità di ritornare a lavorare a Napoli, ci tenevo a far capire che non cambiavo sede perché mi trovassi male là con loro, ma perché avevo l’occasione di riprendere il mio percorso dedicato alla ricerca clinica, dopo la bella parentesi calabrese. In quell’occasione ho capito cosa prova uno sportivo quando lascia una squadra “minore” per andare in una più forte, o semplicemente più famosa. Non è stato facile, e so che qualcuno là a Rossano – forse non tra i miei colleghi ma sicuramente tra gli amici ed i pazienti – è rimasto deluso.

Far arrivare questa tappa del Giro a Rossano è un omaggio ad uno dei periodi più ricchi di ricordi della mia carriera professionale. A distanza di anni, complice il fatto che mia moglie è di Rossano (ebbene sì, i due anni trascorsi là mi hanno arricchito anche da questo punto di vista), ritorno ogni anno con piacere, e ovviamente la bici in macchina non manca mai.

Dal Giro, per oggi, è tutto. Alla prossima tappa!