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Filippo de Braud

A cura di Luciano De Fiore By 6 Aprile 2023Aprile 21st, 2023No Comments
Rubriche

Lavoro e formazione professionale

Professore Ordinario di Oncologia Medica e Direttore Scuola di Specialità Oncologia Medica – Università di Milano
Direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica
Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano

Nella formazione di un medico, contano i “Maestri”?
Qualche volta sì, ma spesso contano più i “modelli” e quindi più che il rapporto con un singolo individuo conta aver condiviso processi formativi e organizzativi diversi tra loro per acquisire una visione più ampia di come affrontare la complessità di questo lavoro.

Nella sua formazione, può dire di avere avuto un Maestro o una Maestra?
Direi che ho avuto contatti con più persone che mi hanno trasmesso insegnamenti comportamentali che mi sono stati molto utili, anche se dal mio punto di vista erano “negativi”: ma si impara molto dagli errori degli altri! Tuttavia, mi è mancata una figura professionale con cui avere un confronto costruttivo e che mi aiutasse ad avere più strategia nelle mie scelte. Sicuramente mia moglie Tiziana ci ha provato con grande determinazione e ora è il mio riferimento assoluto, ma talvolta il coinvolgimento emotivo rende più difficile il confronto e quindi ci abbiamo messo un po’ a trovare il giusto modo.

Ha passato periodi di studi all’estero dopo la laurea? Se sì, dove e per quanto tempo?
Sì, certo. Proprio perché credo nell’imparare dall’esperienza sono stato a Londra per qualche mese appena laureato (Royal Free Hospital) e poi dal 1987 all’89 negli Stati Uniti a Detroit, alla Wayne State University e subito dopo – sino alla mia assunzione in INT nel giugno nel 1990 – a Parigi al Gustave Roussy. Ho quindi sempre frequentato Istituti di ricerca dove facevo laboratorio oltre che clinica.

Le principali ragioni per cui ha scelto la sua professione…
Vuole la verità? Secondo mio padre, fare il medico non era la mia vocazione. Morale: mi sono subito iscritto a medicina. È vero che sono molto curioso e amo il prossimo; quindi, sono sempre stato attratto dalla ricerca e dall’idea di avere un ruolo socialmente utile.

Qual è la sua maggiore soddisfazione nella vita professionale?
Sono due: la prima è senza dubbio trovare soluzioni efficaci per i pazienti che seguo. Devo dire che nonostante tutte le difficoltà e delusioni dovute al tipo di patologia che ho scelto, è molto gratificante leggere negli occhi dei pazienti la gioia di aver trovato una soluzione o anche di essere riuscito a comunicare bene un messaggio difficile, facendo acquisire loro fiducia nel percorso che fanno e nel futuro. 
La seconda è aiutare a far crescere i giovani, dando loro spazio e fiducia. Sono molto orgoglioso di aver promosso un ricambio generazionale reale in Istituto dal 2012 quando ci sono tornato ad oggi (età media passata da 58 a 39 anni).

E la più grande delusione…
Sempre due. Quando qualcuno tradisce la mia fiducia perché non ritiene di avere più nulla da “guadagnare”. E poi la difficoltà di far capire che la ricerca e l’innovazione non sono solo questioni scientifiche, ma anche gestionali e organizzative. Trovo molto triste e demotivante la gestione politica della Sanità pubblica per cui c’è un affossamento delle iniziative e un appiattimento dei percorsi, invece di premiare in modo meritocratico.

Qual è la parte del lavoro di oncologo più gratificante?
Curare i malati e saper comunicare bene con loro per risolvere non solo i problemi clinici, ma anche tutte le difficoltà dovute alla mancanza di un’informazione appropriata sia nei contenuti che nei “modi”.

Sfide e scommesse

Quale sarebbe la prima cosa che cercherebbe di fare se fosse Ministro della salute?
Rivedere i percorsi di carriera di molte figure professionali e nel frattempo adoperarmi per creare le infrastrutture per migliorare il lavoro del personale sanitario e la qualità di vita dei pazienti.

E se fosse Ministro dell’Università e della Ricerca?
Creare percorsi formativi omogenei, facendo in modo che si chiarisca che la ricerca è un investimento per la società e non un costo, né edonismo del ricercatore.

Quale politico inviterebbe volentieri a cena?
Chiunque, se ci fosse un rapporto tale da poter godere il piacere di mangiare insieme. NON credo siano utili le cene di lavoro.

Cosa cambierebbe di Milano?
Vorrei fosse una città più accogliente e meglio organizzata per il suo ruolo attuale. Più taxi, più mezzi pubblici, marciapiedi più liberi, più teatri…

Quale successo nella ricerca le fa più piacere ricordare?
La nuova linea di ricerca su metabolismo con tutte le implicazioni sull’influenza sul sistema immunitario da cui la recente pubblicazione su “Cancer Discovery” e tutti i nuovi protocolli accademici di trattamento che associano restrizione calorica a terapia medica.

Lettura, scrittura, aggiornamento

Come trova il tempo di scrivere e dove?
Lo faccio spesso in collaborazione con i miei giovani. Lavoriamo tutti almeno 10 ore al giorno.

Qual è il commento più memorabile che ha ricevuto da un referee?
Un’idea “out of the box”.

La peer review funziona ancora come filtro di qualità della ricerca?
Abbastanza, ma si pubblica molto più di una volta, ci sono più riviste e quindi c’è un po’ meno selezione (non necessariamente è un male, ma bisogna saper leggere).

Ha una rivista scientifica preferita?
“Nature Medicine”, “Journal of Clinical Oncology” e “Annals of Oncology”.

Ritiene che l’impact factor sia ancora un indicatore di cui fidarsi?
È un indice di attività, non un riconoscimento.

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?

E un diario?
Sì, anche, ma con grande discontinuità, quindi forse no. Per anni ho cercato di dimenticare le cose che non mi piacevano.

Ha un libro sul comodino, e se sì quale?
Leggo uno o due libri a settimana (spesso anche gialli). Ho appena finito la raccolta di tutti i romanzi di Jack London e ho sempre Gogol o Céline da qualche parte.

Quale è l’ultimo libro che ha regalato?
“Due uomini buoni”, di Arturo Pérez-Reverte. E “I fiori blu”, di Raymond Queneau.

Il libro che vorrebbe portare su un’isola deserta?
La “Trilogia della nebbia” di Carlos Ruiz Zafón.

Quale libro suggerirebbe ad un giovane oncologo in formazione?
“Il dottor Semmelweis”, titolo della pubblicazione della tesi di laurea in medicina di Céline.

Ha degli scrittori preferiti?
Ne ho molti, da Salgari a Zafón.

Parlando di Congressi, ASCO o ESMO?
Utili per la parte educazionale, per fare incontri di lavoro, sentire qualche novità su dati attesi. Di fatto, impossibili da seguire in modo organico.

Ha ancora senso un congresso specialistico nazionale?
Secondo me sì.

Utilizza i social media come strumento di aggiornamento?
No

Ricordi, passioni e...

Quale è stato il suo prima “esame”?
Parlare con mio padre… sigh.

Ha delle paure nascoste?
Sopporto molto bene il dolore ma lo temo, forse più quello emotivo che quello fisico. 

Il più bel ricordo?
La nascita di Lucrezia e Jacopo.

Qual è il suo più grande rammarico?
Non aver dedicato tempo adeguato alla mia famiglia quando era il momento.

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe?
Mia moglie Tiziana.

Cosa la appassiona di più, fuori dal lavoro?
Il rapporto con la natura (boschi per funghi, pescare con la mosca). Il Teatro, leggere, cucinare.

In cucina preferisce stare a tavola o ai fornelli?
Mi piace cucinare e mangiare bene.

Veg, pesce o carne?
No Veg , ma è un pregiudizio, di fatto è una cucina che non conosco. Sono veramente onnivoro (inclusi insetti e rettili), purchè il cibo sia di qualità e ben cucinato. Allergico alla melanzana.

Che musica ascolta?
Jazz/Blues, Rock.

Il suo film preferito?
“Il fascino discreto della borghesia”, di Luis Buñuel. Direi non a caso…

Meglio il cinema alla Fellini o alla Visconti?
Fellini.

Come preferisce spostarsi? Treno, auto aereo?
In auto. 

Il Paese dove le fa comunque piacere andare?
La Francia.

Lo sport preferito?
Il rugby.

Mare o montagna?
Mare

La vacanza più bella?
Uno dei tanti viaggi in Africa (forse i primi, perché molto avventurosi).

La città italiana che più ama?
Milano.

La città più bella tra quelle che conosce?
Parigi.

Curiosità

Qual è la prima “pagina” che guarda sul giornale?
Leggo “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “la Repubblica”.

Carta stampa o giornali online?
Carta stampata. Ma leggo anche tanto su Kobo (tanti libri senza peso; con lo schermo retroilluminato si legge meglio e non dà fastidio).

La televisione serve a guardare…
…per addormentarsi.

Chi le telefona più spesso?
I colleghi (chat più che altro) e mia moglie.

Il momento migliore della giornata: l’alba o tramonto?
Alba, nei giorni lavorativi. Tramonto, se vado a pesca (il coup de soir, per noi “moschisti”, rimane un momento magico).

E il miglior giorno della settimana?
Quello in cui si torna a casa con un sorriso.