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Controcorrente. Disegnare cuori

Fotios Loupakis By 13 Maggio 2021Giugno 3rd, 2021No Comments
Rubriche

di Fotios Loupakis

Quattro mesi fa. Era il 14 gennaio. Il massimo dell’emozione e del mio impegno psicofisico era segnato su un picco del Garmin da polso che misura i battiti, i passi, SpO2 e alla fine ti fa una stima del livello di “stress” della giornata. Poi magari quando vai a letto comodo comodo la sera ci butti un occhio e ti chiedi che cosa avevi fatto alle 11 del mattino per causare quella vetta di adrenalina. A pensarci bene era rimasto incastrato il Kinder Delice nel distributore di merendine. Sai quando guardi la spirale che gira e capisci che all’ultimo giro l’estremo argentato seghettato della confezione rimarrà aggrappato per 2 millimetri alla punta del metallo? Quella mattonellina di cioccolato che ti sentivi già in bocca si sbilancia e alla fine rimane lì tra la plastica nera del suo vassoio e il vetro. Ti guardi intorno, non c’è nessuno. Aggiusti appena le maniche della camicia. Palmi appoggiati sulla parte alta del frigoriferone. Scrollatina di spalle alla Rocky. E spinta secca con un gioco psuedoelegante che parte dalla caviglia e si trasmette al bacino, alla colonna alle spalle. L’aggeggione si alza 5 centimetri e ricade. La botta del contraccolpo in genere è efficace alla prima. Il Kinder Delice torna al suo destino. Ecco, stando al Garmin, per fare ‘sta roba i battiti erano arrivati a 120. Ora non so se era più per la fretta – che non è bellissimo farsi vedere che scuoti un armadio illuminato nel corridoio di un ospedale – o davvero per l’impegno fisico, ma questo momento di confidenza serale con il mio orologio mi risultava davvero deprimente.

Chissà dov’è Samantha adesso? Per cambiare pensiero e trovare ispirazione nell’ammirazione di chi è semplicemente immensamente più grande di me, provo a cercare lei. Samantha ha 5 anni più di me. Un’ingegnera laureata a Cambridge. E mentre io penso a lei qualche minuto con la testa nel cuscino e il viso illuminato dal telefono, lei si trova a qualche decina di miglia da Nemo Point. Eh beh, sì: miglia. Miglia nautiche. Nemo Point non è propriamente un posto, è più precisamente una misura. Un punto in mezzo al Pacifico del Sud, più o meno a metà strada tra la Nuova Zelanda e Capo Horn. È una definizione: il punto in mezzo al mare più lontano da ogni terra che ci sia sul pianeta. A Pisa si direbbe con una eleganza beffarda nei confronti dello stile di Cambridge: ‘n culo ai lupi. Chiaramente non ci vai in vacanza. Samantha corre intorno al mondo come un’altra trentina di pazzi. Su delle barche enormi, velocissimi e molto molto complesse. No, non sono tutti insieme i trenta. Sono da soli, ognuno sulla sua. È il Vendée Globe, una regata intorno al mondo senza scalo. Lo chiamano l’Everest della vela. Roba per pochi. Una sorta di piccola matrioskina che si trova in fondo a una gigantesca matrioska di sfide che apri una dopo l’altra, per anni e anni nell’arco di una vita intera. Devi affrontarle tutte per arrivare lì. A giocherellare per tre mesi con l’ultima delle matrioske, la più difficile da aprire.

Samantha la sua per la verità l’ha già rotta qualche settimana fa. Vicino a Città del Capo in piena notte e lanciata come un razzo a 20 nodi era dentro la pancia del suo barcone e mangiava qualcosa per trovarsi di colpo sbalzata di metri in avanti sbattendo di brutto le coste da qualche parte. Infiniti pochi secondi per rendersi conto che aveva preso in pieno un UFO. Si chiamano proprio così. Unidentified Floating Objects. Rispetto agli UFO più famosi questi non volano, galleggiano, non c’è dubbio che esistano, e ti possono fare male parecchio. Samantha aveva dovuto rientrare in emergenza a Città del Capo per mettersi in salvo. Le regole sono chiare: hai bisogno di assistenza? Sei squalificato. Regata finita per lei. Ma che ci faceva il 14 gennaio a Nemo Point? Se sei straordinario come lei, riparti. Samantha è ripartita perché nella sua ultima matrioska ce n’era anche un’altra dentro. La sua barca, “Initiatives-Coeur”, e la sua avventura sono iniziate anche per promuovere e raccogliere fondi per un’associazione umanitaria, “Mécénat Chirurgie Cardiaque”. Un’associazione che aiuta bambini nati con difetti cardiaci in Paesi in difficoltà ad essere accolti ed operati in Francia in centri specializzati. Vite salvate. Come poteva fermarsi lì? E che importava se non era più in gara? Però è dura, tanto dura. Io non ho idea di quanto sia dura per la verità, cerco solo di immaginarlo. Vivere l’incubo di rischiare la vita. Fermarsi, riparare tutto e ripartire.

Oggi le regate si seguono anche con la testa nel cuscino. I sistemi di GPS consentono a quasi tutte le manifestazioni di mettere online dei siti per il tracking. E così ti colleghi e guardi quanta strada ha fatto quella barchetta. La rotta percorsa è come un filo colorato. Il filo di Samantha non poteva che essere rosso. Puoi muoverti nello spazio proprio come su Google Earth e andare avanti e indietro nel tempo. Il filo di Samantha si interrompe all’improvviso a Città del Capo. E poi riparte. Quando scrivo queste parole il Vendée Globe è finito da tempo. Samantha è tornata, ed è arrivata al traguardo a Les Sable d’Olonnes, in Francia. Ma il suo filo rosso è qualcosa di incredibile. A qualche miglio dall’arrivo Samantha, dopo decine di settimane in mare da sola invece di correre a casa a riabbracciare figlia, marito, parenti, amici e tutto il suo team, ha voluto disegnare un cuore. Un cuore disegnato con il filo rosso del tracking. Con la rotta della barca. Un enorme cuore digitale disegnato sul mare navigando per ore e ore. Disegnato tornando indietro, risalendo, riscendendo, risalendo, curvando leggermente, a poco a poco.

Il mio Garmin conta 86 battiti.