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Controcorrente. 31 anni

Fotios Loupakis By 29 Marzo 2021Giugno 3rd, 2021No Comments
Rubriche

di Fotios Loupakis

Fino ad oggi ho speso tanto del mio tempo per lavorare a pubblicazioni scientifiche. Sarà corretto il verbo “speso”? Dovrei forse dire “dedicato”? Sarebbe più opportuno pensarlo come “investito”? Siamo sicuri che non sia “perso”? Oppure dovrei buttarmi sul politicamente corretto di “passato” o “trascorso”? Che possono sembrare uguali, ma se li leggi ad alta voce il primo sfuma verso un lievissimo tono grigio negativo e il secondo degrada dolcemente su un rosa di leggerezza.

Il semplice fatto che abbia questo dubbio denota la strana complessità che sottende e allo stesso tempo sovrasta questa particolarissima attività di alcuni medici. Non tutti. Inizi pensando ingenuamente che quelli siano i più bravi. Ad un certo punto ti convinci che siano i più ambiziosi. Poi piano piano, col passar degli anni e delle “submissions” (qui uso l’inglese, ma l’italiano ci starebbe quasi meglio), l’esperienza ti insegna quanto variegato, ma particolare in ogni forma, sia il mondo dei “medici autori di pubblicazioni scientifiche”. Beh, intendiamoci bene, all’inizio sembra quasi un gioco. Allo stesso tempo lo sai che un gioco non è. Ma è per gioco che inizi. Come tante cose iniziano per gioco. La cannetta, l’amore della vita, lo sport che ingoierà i tuoi sogni e il tempo libero, la passione per la cucina o quella per il giardinaggio. Così, buttati lì, alcuni esempi di cose che il più delle volte iniziano per gioco. E magari continuano per gioco.

Con la pubblicazione scientifica non è così. Solo a tratti puoi pensare che lo sia. Quell’ingenuità che ci metti all’inizio nasconde già il seme della soddisfazione di digitare il tuo nome nel sito di Pubmed e premere invio. Zac. E allora già non è più gioco. Diventa agonismo. D’altra parte stai contribuendo al progresso della scienza. Così si dice. Ma allora sei un “narciso che fa un grande bene per l’umanità”. Però porta avanti anche la sua carriera. Perché sì, anche su questo non si scherza, non è un gioco. I numeri delle pubblicazioni (non solo quante ne fai, ma anche quante volte gli altri colleghi citano i tuoi lavori) sono la chiave indispensabile per poter aprire alcune porte della carriera. Però. Questo PERÒ è grande grande. È un super PERÒ. Nella stragrande maggioranza dei casi quello di scrivere non è parte ufficiale tuo lavoro. Non esiste menzionato neanche piccolo piccolo nel tuo contratto. Non è più neanche lontanamente un gioco quando te ne rendi conto. A quel punto diventa più propriamente un hobby. Che hobby strano.

Ma cosa sto dicendo? Una pubblicazione scientifica è il piccolo tassello di un più grande sforzo pratico e intellettuale. È il naturale compimento, conclusione, suggello della ricerca. Sia esso un grande studio internazionale o una (risentita o provocatoria, ma sempre costruttiva) lettera all’editore. Mmmmm. “Mumble, mumble, mumble” è il fumetto che mi uscirebbe dalla testa se fossi Topolino. Dai su, non è solo questo. Mettiamo via l’ovvio. Ma allora che senso ha? Forse uno e uno solo. O meglio io avrei voluto che per me fosse quello. Trovo in quel senso l’unico davvero possibile. Direte voi, ce lo vuoi spiegare o pensi di menarla ancora a lungo? Ehhh, non lo so spiegare fino in fondo. So che l’ho capito tutto in un istante. Uno di quegli istanti in qui puoi sospirare e pensare: ecco, è tutto qui.

È successo qualche giorno fa con l’ascolto di un vocale su WhatsApp. Di un caro amico. Un medico. Un ricercatore. Un maestro. Trascrivo qui di seguito ogni sillaba. “Ricordi quel lavoro che ti avevo fatto vedere? Praticamente ho fatto il conto così per sfizio, l’età mediana degli autori è di 31 anni e mezzo. Secondo me è un record, perché penso che difficilmente… pure siamo io e XXX che l’alziamo un pochettino perché altrimenti era ancora più bassa eh. Comunque penso che sia, forse, un record perché non penso che ci siano tanti lavori con un’età mediana così bassa. Stavo cazzeggiando stamattina perché non avevo ambulatorio”.

Nella corsa al paper c’è il buio oltre la siepe. Ma qualche raggio di luce brucia la siepe e squarcia il buio.