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“Meno è meglio” nel seminoma al primo stadio

By 3 Giugno 2013Luglio 6th, 2021No Comments
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ASCO 2013. Nel corso della sessione riguardante i tumori genitourinari, è stato presentato lo studio di coorte condotto da Mette Saksø Mortensen, dell’Ospedale Universitario di Copenhagen, sul follow-up dei pazienti mette-sakso-mortensensottoposti a trattamento chirurgico per seminoma al primo stadio. I risultati dello studio hanno evidenziato che un approccio wait and see, al posto di una strategia attiva a base di chemio o radioterapia, è sufficiente per la grande maggioranza di pazienti. Lo dimostra il tasso del 99,6 % di sopravvivenza a 10 anni dalla prima diagnosi riscontrato dai ricercatori nei pazienti sottoposti alla sola sorveglianza, sia in presenza che in assenza di fattori predittivi di ricaduta.

“Lo studio condotto dalla Mortensen in Danimarca, dove si riscontra la maggior incidenza europea di neoplasie testicolari – commenta Giovanni Rosti del Santa Maria Ca’ Foncello di Treviso e Presidente dell’Italian Germ cell cancer Group (IGG) – è estremamente importante, sia dal punto di vista della casistica, con la più vasta popolazione di seminomi al primo stadio mai coinvolta, sia dal punto di vista del follow-up, con un periodo di osservazione di oltre 15 anni”.

Il seminoma riguarda circa la metà dei casi di tumore dei testicoli, raro nella popolazione generale, ma comune fra le neoplasie dei giovani maschi “Nel seminoma del testicolo al primo stadio clinico – prosegue Rosti – abbiamo tre strategie possibili, contemplate nelle principali linee guida italiane e internazionali: l’osservazione (di cui tratta il lavoro dei colleghi di Copenhagen), la radioterapia e un ciclo di carboplatino”. In Danimarca la strategia terapeutica post-chirurgica basata sulla sorveglianza per il seminoma al primo stadio è stata la più comune fin dagli anni 80, mentre in altri Paesi l’approccio terapeutico è ancora affidato nel 50% dei casi alla radioterapia o alla chemioterapia con carboplatino dopo orchiectomia. Il follow-up in questo studio, e della pratica clinica, prevede cinque anni con esami d’imaging, determinazione di LDH e beta-hCG.

Risultati

“I risultati dello studio – fa notare Rosti – potrebbero non solo far cambiare la pratica clinica riguardo a questa malattia, ma anche affinare le possibilità prognostiche, grazie all’individuazione di nuovi fattori predittivi di ricaduta da parte dei ricercatori danesi. Lo studio conferma su larghissima popolazione il tasso di ricadute attorno al 19%, ma soprattutto la possibilità di recuperare quasi tutti i pazienti che ricadono con sopravvivenza globale superiore al 99,5%.

L’importanza dello studio danese consiste anche nel fatto di avere individuato tre fattori predittivi di ricaduta : invasione vascolare (prima solo attribuito ai non seminomi), le dimensioni del tumore (> 4 cm) e il valore della beta-hCG superiore a 200 Unità. Quest’ultimo dato rappresenta una novità assoluta e non contemplata nelle linee guida disponibili prima dell’ASCO.Tali elementi servono a capire la strategia da applicare a un seminoma al primo stadio (se adottare una terapia adiuvante o la sola osservazione), anche se – continua Rosti – non può dirci che cosa fare ai pazienti che presentano fattori prognostici, in altre parole se sottoporli alla radio o alla chemioterapia. In ogni caso, comunque, il lavoro afferma l’estrema curabilità del tumore anche in pazienti con fattori prognostici (da 1 a 3) e l’applicabilità della sorveglianza sia a chi non evidenzia fattori prognostici sia a chi ne evidenzia.

Altro dato degno di nota, secondo Rosti, è la chiarezza emersa sul tasso di ricadute precoci e tardive, che dimostrerebbe la minor pregnanza del follow-up dopo i 5 anni di osservazione: “abbiamo una maggioranza pari al 72,4% dei pazienti che ricade presto, cioè entro i due anni; il 20,3% che ricade fra i 2 e i 5 anni; e solo un 7,3% dei casi che ricade dopo il quinto anno”.

A conclusione del lavoro, l’équipe di Copenhagen evidenzia che questi dati rendono inutile nell’80% dei casi il ricorso ai trattamenti postchirurgici, risparmiando ai pazienti, molti dei quali giovani, – come ricorda Clifford A. Hudis presidente-eletto ASCO, i dannosi effetti collaterali derivanti da radio e chemioterapia (tra cui il rischio potenziale di cancri secondari, gastrointestinali o leucemie) e dimostrando come in certe situazioni in oncologia “less is better”.


Approfondimento:
la presentazione di Mette Saksø Mortensen (PDF: 180 KB)