Farmaci oncologici e globalizzazione: il caso del pembrolizumab “russo”

A cura di Luciano De Fiore By 14 Novembre 2025Giugno 11th, 2026No Comments
NewsSpeciali

Negli ultimi giorni ha fatto discutere la notizia, rilanciata dall’agenzia Vietnam News, secondo cui il Ministero della Salute di Hanoi ha approvato per la prima volta la commercializzazione in Vietnam di un anti-PD-1 prodotto in Russia e contenente pembrolizumab. La formulazione, destinata a restare in commercio per tre anni, viene presentata come un’alternativa più accessibile – soprattutto in termini di prezzo – rispetto al prodotto originale di Merck/MSD: la copia russa può costare il 30–50% in meno dell’originale. Eppure, per chi segue il settore delle immunoterapie, una domanda sorge immediata: com’è possibile che uno dei farmaci di punta dell’oncologia moderna, ancora saldamente protetto da brevetto negli USA e in Europa, venga prodotto in Russia e distribuito in un Paese terzo come il Vietnam?

Per capirlo occorre allargare lo sguardo. Il pembrolizumab non può esistere, oggi, in una forma biosimilare ufficiale. Nessun Paese può produrlo come biosimilare libero, a meno di violare i brevetti o introdurre vie regolatorie alternative. I brevetti che lo tutelano scadranno solo a fine decennio (fino al 2028-2030, a seconda dei Paesi) e nessuna autorità regolatoria occidentale ha approvato copie o versioni “equivalenti”. Il prodotto russo non deriva dunque da un accordo di technology transfer con Merck: nasce invece da un contesto peculiare, in cui Mosca – anche per effetto delle sanzioni internazionali – ha parzialmente allentato la protezione brevettuale nel settore dei biologici, consentendo la produzione nazionale di anticorpi monoclonali copia. La Russia, dal 2022, ha infatti modificato alcune norme in materia di tutela brevettuale anche per far fronte alle sanzioni internazionali e garantire l’autosufficienza farmaceutica. Questo ha aperto uno spazio ibrido in cui alcune aziende locali possono sviluppare copie di farmaci biologici ancora brevettati altrove, classificandoli come “biologici nazionali”. Questi prodotti possono essere approvati a livello nazionale e registrati in Paesi che hanno procedure più flessibili, come Vietnam, Kazakistan, Uzbekistan, ecc. È una zona grigia, ma formalmente non sono biosimilari secondo gli standard EMA/FDA.

Il Vietnam, dove l’espansione dell’offerta oncologica è una priorità strategica (nel 2022, ha registrato 180.480 nuovi casi di tumore), rappresenta un caso emblematico di questa dinamica: un sistema sanitario emergente che cerca terapie innovative a prezzi sostenibili e che accetta prodotti provenienti da fornitori extra-occidentali, pur di ampliare l’accesso. Per di più, Russia e Vietnam hanno lunghe relazioni bilaterali, e Mosca sta cercando sbocchi per la sua industria biotech.
Il caso del “pembro russo”, tuttavia, è solo la punta dell’iceberg di un movimento molto più ampio. Numerosi Paesi asiatici stanno aprendo le loro farmacopee ai biologici oncologici, e lo stanno facendo attraverso percorsi differenti. Alcuni, come Vietnam, Filippine o Indonesia, puntano a diversificare le fonti accettando prodotti da Russia e India accanto ai farmaci originator. Altri, come la Cina, hanno invece scelto una strada radicalmente diversa: non copiare i biologici occidentali, bensì crearne di propri.

La Cina è oggi il laboratorio più avanzato di questa trasformazione. Nel giro di pochi anni ha costruito un intero portafoglio di anti-PD-1 e anti-PD-L1 nativi: toripalimab, camrelizumab, sintilimab, tislelizumab sono solo alcuni esempi di molecole sviluppate localmente, con programmi clinici robusti, prezzi competitivi e ambizioni globali. Non sono copie del pembrolizumab: sono anticorpi distinti, progettati a partire da piattaforme tecnologiche cinesi e sostenuti da una politica industriale che ha fatto dei biologici una priorità nazionale. Alcuni di questi prodotti hanno già superato gli stretti confini regolatori cinesi e hanno ottenuto l’approvazione della FDA (come il toripalimab) o sono in corso di valutazione da parte di EMA, segnando un punto di non ritorno nella geografia mondiale dell’immuno-oncologia. Ricordiamo che già nel novembre 2019 lo zanubrutinib di BeiGene è stato il primo farmaco oncologico “cino-sviluppato” ad ottenere l’approvazione FDA negli Stati Uniti (per la forma di linfoma mantellare). Un altro caso interessante è quello di Hanquyou (biosimilare di trastuzumab sviluppato da Henlius in Cina): sebbene non sia un oncologico “originale” ma biosimilare, è rilevante perché segna un modello di farmaco cinese che ha ottenuto l’approvazione FDA anche negli USA nell’aprile 2024.

Tuttavia, come ci si poteva aspettare, gli enti regolatori occidentali hanno fin qui adottato un atteggiamento molto prudente (e forse è dir poco) nei confronti delle molecole asiatiche: la FDA ha recentemente segnalato che i farmaci sviluppati esclusivamente in Cina (o con dati clinici solo in popolazioni cinesi) andranno incontro a un maggiore e più accurato scrutinio, proprio per assicurare la validità globale dei dati. Sul mercato asiatico si sta comunque muovendo una nuova costellazione di attori: da un lato Paesi che aprono i propri sistemi sanitari a fornitori non occidentali per ampliare l’accesso alle cure; dall’altro la Cina, che sta costruendo un settore biotech competitivo, capace di produrre anticorpi monoclonali innovativi, esportarli e stringere partnership globali. Nel mezzo, la Russia tenta di ritagliarsi uno spazio attraverso i cosiddetti “biocopy”, prodotti che offrono una parziale risposta al bisogno terapeutico, ma che restano lontani dagli standard internazionali. In questo scenario in rapida evoluzione, l’episodio del pembrolizumab russo approvato in Vietnam acquista un valore simbolico: mostra come l’oncologia stia diventando un terreno di competizione globale non solo scientifica, ma anche geopolitica e industriale. E anticipa un futuro in cui gli oncologi italiani – e occidentali in generale – dovranno confrontarsi sempre più spesso con molecole, produttori e percorsi regolatori nati al di fuori dei tradizionali centri dell’innovazione.