Skip to main content

Costi socio-economici del tumore al polmone

By 25 Novembre 2016Maggio 12th, 2021No Comments
NewsSpeciali

Come ridurre la spesa delle nuove, costose terapie contro i tumori del polmone? Non fumando. L’arma più affilata ed efficace resta la prevenzione. A patto di saperla fare. In Italia, l’assenza di piglio delle campagne di prevenzione governative si sposa alla frammentazione delle politiche sanitarie regionali. Risultato: siamo meno efficaci di altri Paesi nell’indurre una riduzione del fumo da sigaretta, specie tra i giovanissimi e le donne. Lo attesta un approfondito studio condotto da The Economist Intelligence Unit, con il supporto incondizionato di Roche, presentato a Roma al meeting “Il nemico sconosciuto: i costi socio-economici del tumore al polmone”.

Nonostante si sappia che oltre l’80% dei carcinomi polmonari è causato dal fumo e che questo costa la vita ogni anno a 280mila persone nell’Unione Europea; per quanto il tumore del polmone sia nel nostro Paese la prima causa di morte e si prevedano 40mila nuovi casi diagnosticati nel 2016 contro i 32mila del 2001, le politiche di dissuasione non sono all’altezza. Un esempio? Un pacchetto di sigarette da noi è relativamente a buon mercato: 5 € in media, contro 7 in Francia, 8,10 in Gran Bretagna e ben 11,2 € in Norvegia. In Italia, il costo del pacchetto dal 2005 è cresciuto del 38%, contro il 76% in Spagna e più del 200% in Turchia e Romania. Morale: i fumatori italiani non sono ciminiere umane come in Montenegro (record di 4125 sigarette l’anno), ma consumano una media di 1443 sigarette a testa, più di Spagna (1165), Francia (993) e Gran Bretagna (827). Non si può non notare poi che il fumo è ancora particolarmente diffuso tra i soggetti meno abbienti e meno scolarizzati. E purtroppo – ha notato Carmine Pinto (Presidente AIOM) – mentre anche in Italia «dal 1999 ad oggi la percentuale dei malati di tumore al polmone è calata del 1-2%, in maniera del tutto analoga alla diminuzione del consumo di sigarette, per le donne sembra ancora “più facile iniziare” a fumare e più difficile smettere», il che comporta un aumento del 2,6% di tumori del polmone nella popolazione femminile.

L’indagine di The Economist Intelligence Unit non si è limitata a quantificare solo i costi diretti. Eguale attenzione è stata dedicata ai costi indiretti a paziente, più alti in Italia che nel resto della UE: 6.000 € circa, contro i 3.000 in Francia e i soli 1.000 in Germania. Per questo, le associazioni pazienti desidererebbero venisse riconosciuto un compenso per chi assiste personalmente i famigliari malati. Ogni giorno è più pressante la necessità di campagne di prevenzione mirate, specie tra i bambini: «Se si chiede a ragazzini di 11-12 anni, si constata che almeno metà di loro ha già provato a fumare», osserva Silvia Novello (Università di Torino). Ed è un problema enorme, perché chi inizia a fumare a 13-14 anni è candidato a diventare il paziente di domani.

Costi vuol dire anche gestione del paziente da parte delle strutture ospedaliere. Spiega Federico Cappuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica della AUSL Romagna di Ravenna: “La presa in carico dei pazienti parte da una corretta valutazione delle opzioni di trattamento: l’aspetto multidisciplinare, la diagnosi e l’analisi dei marcatori sono fondamentali per capire in ogni singolo paziente qual è la strategia possibile, quale la prognosi, in che modo le terapie possono essere anche combinate tra loro. Ogni paziente ha un’evoluzione di malattia diversa, nessun paziente è identico ad un altro, anche pazienti apparentemente identici rispondono in maniera diversa e questo è legato alla biologia del tumore. Riguardo ai trattamenti immunoterapici, che sicuramente sono quelli che nel prossimo futuro impatteranno maggiormente sui budget delle Oncologie, sappiamo che il beneficio è particolarmente alto in alcuni pazienti e un po’ più basso in altri, la ricerca pian piano ci permette di affinare il nostro approccio. Ci sta a cuore ovviamente l’accesso dei pazienti ai farmaci innovativi, ma soprattutto di evitare il rischio che proprio i pazienti destinati a ricevere il beneficio più alto non ricevano la terapia. Infatti ci capita spesso purtroppo di identificare un’anomalia biologica per la quale esiste un trattamento ‒ mi riferisco a marcatori anche entrati nella pratica clinica da anni ‒ dopo la morte del paziente e questo non è assolutamente accettabile. C’è bisogno di aumentare la cultura medica per far sì che tutti gli oncologi siano determinati nell’effettuare questi test in tutti i pazienti”.

Ma come fare fronte ai limiti di budget? Secondo Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria all’Università Tor Vergata e Research Director dell’EEHTA del CEIS, si tratta di un falso problema e occorre piuttosto un cambio di paradigma: “Di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità? Perché se guardiamo i dati ‒ tanto macro che micro, ma soprattutto macro ‒ l’Italia spende meno di quanto può spendere. Spendiamo, spesa sanitaria su PIL, molto meno degli altri Paesi industrializzati: la Grecia spende più di noi, con la spesa farmaceutica spendiamo negli ultimi dieci-dodici anni meno della media europea, come prezzi medi reali pagati dal sistema non pubblicati in Gazzetta Ufficiale siamo in linea con la media europea, leggermente al di sotto per tanti farmaci. Quindi secondo me è un falso problema quando si dice che la spesa sanitaria cresce in maniera che è impossibile rallentare, non controllabile, per cui bisogna fare interventi drastici. No, la spesa non sta crescendo in quel modo, cresce meno velocemente che negli altri Paesi e laddove è cresciuta un po’ di più è perché stavamo fortemente indietro. Anni fa eravamo al 5% del PIL, quando c’erano Paesi che stavano al 10%. Quindi poi abbiamo dovuto fare una certa rincorsa, siamo arrivati al 7,3%-7,4, adesso siamo al 6,8%. Semmai il punto è capire, soprattutto riferito ai farmaci oncologici, qual è il fabbisogno. Partiamo dal fabbisogno, da cui si è mai partiti, cerchiamo di capire quindi poi in confronto tra costo incrementale/beneficio incrementale qual è la nostra disponibilità a pagare, come Paese, per riuscire a trattare nel miglior modo possibile i pazienti. Poi bisogna seguire politiche corrette di appropriatezza, di aderenza alle terapie, di interventi mirati, fare la prevenzione che diventa fondamentale, ha un costo iniziale ma è un investimento incredibile per il futuro. E poi ‒ è un mio vecchio pallino ‒ ci sono voci di spreco che abbiamo evidenziato in tanti studi e sulle quali nessuno vuole intervenire, che non hanno niente a che fare con l’assistenza diretta. Mensa, lavanderia e via discorrendo, circa due miliardi di euro all’anno. Basta intervenire sui contratti di appalto, è tanto semplice insomma. Non è la soluzione a tutto, ma accompagnato a quello che dicevamo prima può rappresentare una svolta”.