Vaccini antitumorali: dalle promesse alla prova dei fatti

A cura di Luciano De Fiore By 20 Ottobre 2025No Comments
Dai congressi

Dopo decenni di tentativi, i vaccini antitumorali sembrano finalmente avvicinarsi a un punto di svolta. A renderlo possibile è la convergenza di tre fattori: la conoscenza più approfondita dell’immunobiologia del cancro, l’esperienza maturata con l’immunoterapia e il progresso delle tecnologie biomediche, dalla genomica alla bioinformatica. Una keynote lecture nel corso ddel congresso della European Society of Medical Oncology (ESMO) in corso a Berlino, moderata da Paolo Ascierto, ha fatto il punto sull’argomento.

Per anni la ricerca ha inseguito l’idea di addestrare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule neoplastiche, con risultati deludenti. Solo con l’avvento degli inibitori dei checkpoint immunitari si è compreso che il sistema immunitario può essere riattivato a contrastare il tumore, purché riceva lo stimolo antigenico adeguato. Da qui il rinnovato interesse per i vaccini oncologici, ora concepiti come strumenti capaci non solo di “allenare” il sistema immunitario ma anche di modulare le reti regolatorie che ne limitano l’efficacia.

Nel frattempo, le tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (NGS) hanno reso possibile identificare le mutazioni somatiche che generano neoantigeni unici per ciascun tumore. È su questa base che nascono i vaccini personalizzati guidati dalla genomica (PCV), destinati a stimolare risposte immunitarie specifiche per ogni paziente. Pioniera in questo campo è la ricerca di Catherine Wu (Dana-Farber Cancer Institute, Harvard), che già nel 2017 ha dimostrato la fattibilità di un vaccino personalizzato contro il melanoma, capace di indurre risposte immuni durature e regressioni complete quando combinato a terapia anti–PD-1, e che oggi, a distanza di qualche anno, ha illustrato le prospettive cliniche dei vaccini terapeutici qui a Berlino, in una sessione dedicata del congresso. Studi di fase precoce hanno confermato la capacità dei PCV di generare risposte specifiche in tumori eterogenei come quelli di polmone, ovaio, rene, vescica e glioblastoma, con o senza immunoterapia associata. Tuttavia, la strada verso la pratica clinica è ancora lunga: i risultati, pur positivi, provengono ancora da piccole coorti e le prove di efficacia su larga scala sono attese nei prossimi anni. Una serie di trial randomizzati industriali di fase II e III – tra cui lo studio KEYNOTE-942 nel melanoma ad alto rischio, e programmi analoghi in carcinoma renale, vescicale e polmonare – dovrebbe chiarire se i vaccini personalizzati possano davvero cambiare la storia naturale dei tumori solidi. Al di là del beneficio clinico, resta il nodo dell’implementazione: l’integrazione della caratterizzazione genomica nei percorsi diagnostici di routine, la riduzione dei tempi di produzione del vaccino e l’abbattimento dei costi rimangono sfide decisive.

Secondo Wu, la collaborazione strutturata tra accademia e industria sarà cruciale per superare i limiti logistici e produttivi e per portare la vaccinologia oncologica alla scala necessaria per incidere realmente sulla sopravvivenza dei pazienti. In definitiva, come suggeriscono gli esperti, i vaccini contro il cancro non rappresentano un’alternativa all’immunoterapia, ma il suo naturale completamento. L’obiettivo è ambizioso: trasformare il cancro in una malattia prevenibile o curabile grazie all’immunità acquisita, spostando il baricentro della lotta oncologica dalla terapia alla vera prevenzione immunologica.