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Un’alleanza tra ASCO e National Cancer Institute

A cura di Luciano De Fiore By 2 Giugno 2024No Comments
Congressi

È stato interessante sentir discutere tra di loro qui a Chicago la vice-presidente ASCO, Julie R. Gralow, e Kimryn Rathmell, nominata da Joe Biden direttrice del National Cancer Institute (NCI) nel dicembre 2023. Una chiacchierata dopo che la stessa Rathmell ha partecipato l’1 giugno alla plenaria inaugurale del Congresso, insieme a Clifford Hudis, Schichter, Carlson e Verghese.

La visione di Rathmell è senz’altro influenzata dalla sua provenienza dal Midwest, dallo Iowa nel quale è cresciuta e dove ha iniziato gli studi in medicina, poi proseguiti a Stanford e alla Vanderbilt di Nashville, Tennesse, dove ha insegnato negli ultimi anni e dove vive col marito e due figli. Le sue origini le suggeriscono un approccio concreto e fattivo e il suo mantra è “c’è moltissimo da fare, non dobbiamo mollare un attimo”, così da portare a termine il mandato dello stesso NCI: utilizzare ogni risorsa della scienza per diminuire il peso della malattia oncologica. Evidente però che neppure un’istituzione prestigiosa come il NCI può farlo da sola ed ecco perché si è stretta un’alleanza con l’ASCO. La visione prospettica è comune: far sì che nel prossimo futuro il cancro divenga una malattia gestibile, grazie a nuove terapie per ogni tipo di tumore, disponibili per tutti, dove la maggioranza dei tumori possa venir prevenuto o al più diagnosticato in fase precoce e trattato di conseguenza. Un futuro in cui ognuno sia consapevole del proprio personale rischio oncologico, nel quale cure di alto livello divengano accessibili ovunque, anche nei Paesi a basso reddito. Il che consentirebbe di vivere più a lungo e in salute.

In ogni caso, ha notato Julie R. Gralow, la malattia oncologica come la conoscevamo fino ad ancor pochi anni fa, non esiste più. Negli ultimi trent’anni anni la mortalità è diminuita di un terzo e abbiamo assistito, e gestito, progressi costanti. Anche se entrambe, ha aggiunto, siamo impazienti di nuovi e ancor più rapidi progressi. E non poco potrà aiutarci l’intelligenza artificiale, che già ha fatto il suo eclatante ingresso anche in oncologia. In effetti, secondo Kimryn Rathmell, grande esperta di tumori del rene, l’attuale maggiore sfida per il mondo oncologico consiste nella trasformazione della ricerca clinica. Già oggi i progressi sono evidenti: non ricordo quasi più il tempo in cui il trattamento standard per un malato grave poteva fare più male che bene; o quando era disponibile una terapia promettente, ma il paziente non era elegibile in uno studio clinico. Il che spinge a porci una domanda cruciale: stiamo davvero combattendo nel modo più efficace contro il cancro? Stiamo portando avanti nel modo più rapido possibile i progressi per i nostri pazienti? Abituiamoci ad essere impazienti per i nostri pazienti.

Fortunatamente, non ci mancano le idee: la scienza corre ed al NCI riceviamo così tante proposte di ricerca da non riuscire a finanziarle tutte. Il passo delle scoperte scientifiche è così rapido, e lo diviene ogni giorno di più, da render necessario un modello di ricerca che possa sostenerlo. Proprio perché non possiamo permetterci di esser pazienti quando si tratta di trasformare la buona scienza in progressi clinici. Secondo Rathmell, il collo di bottiglia è rappresentato dagli studi clinici. La soluzione consiste nel trasformare l’approccio ai trial, rendendoli più inclusivi, accessibili, agili, assicurandoci di rispondere rapidamente anche in termini di equità nell’accesso alle questioni più pressanti per le popolazioni che ne abbisognano. Ovviamente, potremo contare sull’aiuto e l’alleanza con la FDA, nostro partner-chiave, al pari di ASCO, nella comunità oncologica.