
Molti cambiamenti si stanno affollando sulla scena sanitaria statunitense. Che non siano troppi? Non ci riferiamo soltanto alle novità diagnostico-terapeutiche che contraddistinguono gli ultimi anni, ma alle prese di posizione subitanee e imprevedibili del Segretario della salute e dei servizi umani, Robert F. Kennedy Jr, per il quale la sanità americana è un covo di liberal, e più in generale alle decisioni dell’Amministrazione: lo scontro con l’Università di Harvard, la più prestigiosa d’America, il taglio drastico al budget dei NIH e dei Centers for Disease Control and Prevention, degli aiuti umanitari, il ritiro dall’OMS e non ultime le prese di posizione del Governo nei confronti dell’industria del farmaco.
Per certi versi, sembra disintegrarsi la missione storica degli USA, fin qui forti al punto da difendere le proprie e altrui libertà. Per altri versi, sembrano in qualche modo in controtendenza le nomine di Marty Makary (chirurgo oncologo alla Johns Hopkins) a Commissario della FDA e di Vinay Prasad (oncoematologo, University of California, San Francisco) a nuovo direttore del Center for Biologics Evaluation and Research della stessa Agenzia. Si tratta di due personaggi noti per l’approccio critico alle dinamiche istituzionali e per privilegiare il dialogo diretto con la comunità scientifica e con i cittadini. La loro nomina segna una netta e significativa discontinuità nei metodi e nelle priorità della principale agenzia di regolazione sanitaria degli Stati Uniti. I tre obiettivi fissati dalla nuova dirigenza dell’FDA – trasparenza, accettazione dell’incertezza e flessibilità dei processi regolatori decisionali – sono molto ambiziosi e perfino rivoluzionari, tenendo conto delle pastoie di un sistema complesso e stratificato come la sanità statunitense. La sfida lanciata da Makary e Prasad non è quindi solo tecnica, ma culturale: riusciranno a cambiare il modo in cui si concepisce oggi la regolazione sanitaria?
Si tratta di un tentativo destinato a impattare, e non poco, anche sulla comunità oncologica. Fin qui, nei confronti della nuova Amministrazione, l’ASCO ha scelto la via del dialogo e della prudenza, pur esprimendo – attraverso il presidente del Consiglio Direttivo, Eric P. Winer – profonda preoccupazione per il potenziale impatto negativo dei tagli proposti ai programmi sanitari federali. Sfogliando il ricco programma del congresso, quest’anno sembrano alquanto ridimensionate le grandi questioni che interessano l’oncologia globale, come l’accesso universale alle cure, il costo delle terapie e la conseguente tossicità finanziaria, i dilemmi etici legati alla professione, a vantaggio di una crescente attenzione per l’introduzione in oncologia dell’intelligenza artificiale e per la medicina di precisione. Ciò nondimeno, e solo per fare un esempio, il 2 giugno è in programma una sezione dedicata alle nuove leggi che limitano l’accesso alle cure di genere e ai diritti riproduttivi, ulteriori ostacoli per le donne appartenenti a minoranze sessuali, per le persone non binarie e uomini trans che hanno bisogno di cure sanitarie di qualità, dalla prevenzione oncologica al trattamento, una volta diagnosticato un tumore. A testimonianza di un faro che non viene spento su una questione comunque rilevante, se è vero che gli individui LGBTQIA+ costituiscono circa il 7,1% della popolazione degli Stati Uniti.
Contiamo quindi che Chicago estenda all’ASCO una delle sue più famose e apprezzate caratteristiche: quella di essere la “city of the Big Shoulders”, la città dalle spalle larghe, come la definiva il suo poeta d’elezione, Carl Sandburg. Preservando quella tradizione di eccellenza che fa del congresso ASCO un appuntamento irrinunciabile, confermando gli Stati Uniti come leader indiscusso e Paese ospitante il fior fiore della ricerca e della clinica mondiale in oncologia.


