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Skills interaction – Supportive care in cancer patients, parola d’ordine: empatia

By 12 Luglio 2018Maggio 12th, 2021No Comments
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Se si potesse sintetizzare in un’unica parola il senso del corso “Skills interaction – Supportive care in cancer patients”, svoltosi a Milano il 22 e 23 giugno 2018 presso il Marriott Hotel di via Washington e realizzato con il supporto incondizionato di Kyowa Kirin, quella parola sarebbe probabilmente “empatia”. Capire come pensano i pazienti, capire cosa provano i pazienti, capire cosa si può fare di più per i pazienti e come si può comunicare meglio con loro: ecco il tema di fondo su cui oncologi, palliativisti e radioterapisti si sono confrontati, ognuno con la sua visione. E il concetto di empatia è stato davvero approfondito con passione e serietà, guardandolo da diversi punti di vista: etico, filosofico, organizzativo, formativo.

Durante “Skills interaction – Supportive care in cancer patients” si sono affrontate però anche questioni più eminentemente cliniche, secondo quanto suggerito dalle nuove evidenze: anticipare le cure palliative, porre particolare attenzione al controllo e alla corretta valutazione dei sintomi secondari alla malattia oncologica o alle terapie. Si è parlato quindi di controllo del dolore, gestione della stipsi indotta da oppiacei e della nausea e vomito da chemioterapia, sempre con un approccio operativo e diretto alla pratica clinica quotidiana.

Applauditissime le lectio magistralis di due prestigiose ospiti straniere: di integrazione precoce tra cure palliative e oncologiche ha parlato Jennifer S. Temel, Direttrice dell’Oncologia Toracica e del Cancer Outcomes Research Program del Massachusetts General Hospital di Boston, oltre che Professoressa di Medicina alla Harvard Medical School, mentre dei benefici clinici dei questionari di autovalutazione dei sintomi durante la terapia oncologica ha parlato Deborah Schrag, Direttrice della Divisione di Scienze della Popolazione del Dipartimento di Oncologia Medica del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, anche lei Professoressa di Medicina alla Harvard Medical School.

Il senso di questo appuntamento, che va a colmare un vuoto, lo riassume per noi Luigi Cavanna, Direttore del Dipartimento di Oncologia-Ematologia dell’Azienda USL, Ospedale di Piacenza. Cavanna ha raccontato: “A chi lavora con me in reparto raccomando sempre: chi entra qui da noi arriva con un problema, facciamo in modo che ne esca con il problema almeno leggermente ridotto, non aumentato. Perché spesso quel paziente ha una lista di accertamenti diagnostici interminabile da fare, deve fare un consulto, la terapia. Mi hanno sempre colpito molto quelle file interminabili, quelle sale d’attesa affollate negli ambulatori oncologici: secondo me è disumano che una persona aspetti ore ed ore per fare una seduta di chemioterapia. Bisogna cominciare da lì con l’empatia, mettersi nei panni di queste persone e farle aspettare poco tempo, agevolando loro la vita. Cerchiamo di essere pratici, il malato ha bisogno di questo”.

Quali sono gli unmet need che ancora permangono in tema di terapie di supporto in oncologia e quali sono soprattutto gli ostacoli che ne impediscono la soddisfazione? Lo abbiamo chiesto a Carmine Pinto, Direttore della SC di Oncologia dell’IRCCS Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, ex Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).

Qual è la posizione di AIOM sulle terapie di supporto, quali le strategie future e i progetti in corso? Come ci si rapporta ai pazienti oncologici e ai loro sintomi? Quale ruolo hanno e possono avere i Patient Reported Outcome (PRO) in questo percorso terapeutico e comunicazionale? A queste domande ha risposto Saverio Cinieri, Direttore della UOC di Oncologia Medica dell’Ospedale “A. Perrino” di Brindisi.

Paolo Bossi della SC Oncologia Medica 3 Tumori testa-collo della Fondazione IRCCS Istituto nazionale Tumori di Milano ha puntualizzato: “I concetti da tenere presenti e armonizzare sono tre: empatia, razionalità e organizzazione. Empatia è la parte più emozionale e dipende dalla percezione, dalla sensibilità di ciascuno, dal suo vissuto, dalla sua esperienza, dalla sua formazione; la razionalità è spesso una caratteristica sulla quale i pazienti sono molto attenti, perché esigono che il clinico prenda una decisione fredda e corretta; e infine c’è l’organizzazione, che è decisiva perché se devo visitare un paziente in pochi minuti non riesco ad applicare correttamente né empatia né razionalità”.

Vittorio Andrea Guardamagna, Direttore del reparto di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’Istituto Europeo di oncologia (IEO) di Milano, spiega: “L’empatia è il cardine delle cure palliative. Il nostro è un contesto sempre difficile, i pazienti arrivano da noi in fase finale e spesso ci troviamo a gestire il problema delle comunicazioni di fine vita perché nessun collega lo ha fatto prima di noi. In tutti i nostri ambulatori se davvero pensassimo cosa sta provando il paziente mentre gli parliamo il nostro lavoro cambierebbe profondamente. Il problema del tempo limitato che abbiamo a disposizione per ogni paziente è reale e grave, ma credo che cinque minuti per immedesimarci con il nostro paziente abbiamo il dovere di prenderceli nonostante questo”.

Fabiola Paiar, Direttrice della UO di Radioterapia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, ha portato la testimonianza dei radioterapisti, spesso poco ascoltati: “Il confronto con il paziente anche per noi è quotidiano, sulle indicazioni terapeutiche e sulla gestione degli effetti collaterali. Per quanto riguarda l’empatia, secondo me occorre fare una distinzione tra le indicazioni terapeutiche e le modalità con cui certe informazioni vengono date al paziente. Nel primo ambito l’empatia non è forse lo strumento adatto, perché la scelta delle opzioni terapeutiche deve basarsi sull’evidenza scientifica, meno di personale c’è e meglio è. Diverso il discorso sulla comunicazione e su come prognosi, trattamento ed effetti collaterali vanno riferiti al paziente: qui l’empatia è importante”.

Molto interesse ha suscitato poi l’intervento di Gaetano Lanzetta, Responsabile della UOC di Oncologia Medica dell’INI di Grottaferrata, che ha illustrato i risultati di una survey effettuata tra i pazienti sul tema della stipsi: “Nel Lazio abbiamo nove centri oncologici in cui si pratica la simultaneous palliative care, cioè dove opera un’equipe dedicata che propone al paziente oncologico cure palliative precoci. Ci siamo ritrovati a discutere su alcune problematiche assistenziali, mettendoci in discussione e chiedendoci come eccellenza quale attenzione davamo ad alcuni aspetti, per esempio la gestione della stipsi, e se le linee guida venivano seguite correttamente. La stipsi impatta sul quotidiano del paziente molto più profondamente di quanto si possa credere”.

A conclusione del corso “Skills interaction – Supportive care in cancer patients” di Milano nei partecipanti si è diffusa una rinnovata consapevolezza sulla grande importanza delle cure palliative e di supporto, che andrebbero erogate meglio e prima. Se da una parte però l’arrivo sul mercato di nuove molecole ha reso concreta la prospettiva di un controllo reale e completo dei sintomi di dolore, OIC e CINV nel paziente oncologico durante il suo percorso terapeutico, dall’altra ostacoli organizzativi e finanziari ‒ che sottovalutano la costo-efficacia di una corretta e tempestiva gestione delle terapie di supporto, soprattutto in considerazione dei costi ancora maggiori della gestione di effetti collaterali non correttamente prevenuti e controllati ‒ non permettono ancora una vera e diffusa integrazione precoce tra cure palliative e oncologiche. Integrazione precoce che sarebbe invece necessaria e che rappresenta la vera sfida per il futuro.