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Se la clinica incontra il conflitto

A cura di Luciano De Fiore By 22 Ottobre 2023No Comments
Congressi

Primo giorno di ESMO. Di prima mattina, nella Hall 3 si discute di carcinoma mammario avanzato. Interviene online Shani Paluch-Shimon, oncologa di Gerusalemme (Hadassah University Hospital), una dei venti speaker israeliani all’ESMO 2023. Nella breve premessa al proprio intervento, chiarisce di non poter partecipare in presenza a Madrid a causa dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre. Segue la relazione, dedicata a quale terapia endocrina sia più indicata nelle pazienti in premenopausa affette da carcinoma mammario ER positivo. In chiusura d’intervento, Shani Paluch-Shimon mostra una slide con un collage dei volti dei bambini israeliani rapiti e ostaggi di Hamas, accompagnata da un appello affinché vengano liberati. Al termine, si apre la sessione domande e risposte. Interviene online un oncologo palestinese, ma non dalla Cisgiordania né da Gaza, notando che la collega israeliana almeno aveva potuto collegarsi dalla propria casa, grazie all’elettricità (cosa non ovvia per un palestinese) e ad una buona connessione di rete. Facilities precluse ai pochi oncologi operanti in Cisgiordania e nella Striscia. L’oncologo palestinese ha terminato l’intervento complimentandosi con l’omologa israeliana per i fiori multicolori intravisti dal video.

Dietro le slide e le frasi di circostanza, era palese la tensione, sintomo di un malessere sempre più radicato in Medio Oriente e che coinvolge anche la migliore intellettualità palestinese e israeliana. Anche questa seconda, sanguinosa guerra ha toccato Madrid, dopo che già lo scorso congresso a Parigi era stato disertato da russi e ucraini. Cresce anche in ambito medico-scientifico la necessità di confrontarsi accantonando i pregiudizi, esplorando le cause e cercando le ragioni di comportamenti così aggressivi e “primitivi”. Ha invitato a farlo lo stesso Presidente dell’ESMO, Andrés Cervantes, fin dalla prima conferenza stampa. Sull’argomento, segnaliamo la recentissima pubblicazione di Guerra o salute. Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace, di Pirous Fateh-Moghadam.

Ne abbiamo parlato dunque a Madrid con Richard Sullivan (Director, Institute of Cancer Policy and Co-Director of the Centre for Conflict & Health Research) che con il suo gruppo di ricerca al King’s College di Londra ha studiato per anni l’impatto dei conflitti sulla salute. Gli abbiamo chiesto quali conseguenze potranno avere le guerre in Ucraina e in Palestina sulla cura dei tumori in quei Paesi. A suo avviso, le cure del cancro riflettono esattamente forze e debolezze dei sistemi sanitari delle nazioni in guerra e l’oncologia è per certo una delle aree di maggiore fragilità in queste situazioni. Negli ultimi tempi stiamo assistendo a due sanguinosi conflitti, il più recente dei quali è appunto quello tra Hamas e l’esercito israeliano, aggiuntosi al conflitto russo-ucraino che dura ormai da 7 anni, rinfocolato dall’offensiva russa di 6 mesi fa. Si tratta di due ecosistemi estremamente differenti e l’impatto sulla cura del cancro nelle due zone di guerra è molto diverso. L’Ucraina prima del conflitto aveva servizi sanitari già piuttosto sviluppati, con radioterapie funzionanti, chirurgia oncologica all’altezza e moderne linee chemioterapiche. Quando il conflitto è deflagrato, ha avuto anche la fortuna di essere circondata da Paesi che hanno dimostrato grande capacità nell’assorbire le masse di profughi, dando anche aiuti mirati, come nel caso dell’oncologia pediatrica, di cui si è poi fatta carico il St Jude’s Hospital di Memphis.

Se agli inizi dunque alla crisi si è data una risposta, nel corso degli ultimi mesi si sono succeduti gli attacchi alle infrastrutture, soprattutto elettriche, che hanno comportato gravi disagi, anche se ora si è riusciti ad adattarsi a queste situazioni, fornendo generatori e unità per l’alimentazione di riserva. Il vero problema per l’Ucraina si affaccerà non appena la guerra terminerà, quando di tratterà di ricostruire il sistema sanitario fin dalle sue più elementari strutture. Rispetto all’impatto che il conflitto potrà avere sull’epidemiologia del cancro in Ucraina, Sullivan ritiene che purtroppo assisteremo a un’impennata di casi oncologici avanzati, dal momento che gran parte della popolazione adulta è coinvolta nell’economia di guerra e non ha tempo per prevenzione o screening. Il che comporterà ulteriori sacrifici finanziari, non foss’altro che perché curare dei pazienti con tumori avanzati è più dispendioso.

Quel che vediamo adesso in Palestina, secondo Sullivan, è ben diverso, dopo 17 anni di assedio durante i quali Cisgiordania e Gaza sono stati sigillati. Oltretutto, nei Territori la situazione era già molto debole in partenza per l’assenza di qualsivoglia sistema sanitario, per quanto si facessero alcune operazioni chirurgiche in oncologia e un po’ di chemioterapia “classica” venisse dispensata. Ma a Gaza non vi era nessuna radioterapia e per farla si doveva ricorre allo Augusta Victoria Hospital di Gerusalemme. Ovvio che nelle ultime due settimane la situazione è precipitata, con la devastazione della zona nord della Striscia: qualsiasi servizio oncologico è semplicemente venuto meno, le scorte di medicinali sono quasi tutte esaurite e le poche medicine disponibili sono riservate proprio ai pazienti oncologici. Si tratta di una gigantesca crisi umanitaria da affrontare in quanto tale, nella quale la cura del cancro non può rivendicare alcuna priorità. Ogni futuro per l’oncologia a Gaza appare avvolto nella nebbia. Siamo al punto che ogni medicamento scarseggia e le ferite vengono disinfettate con l’aceto alimentare. Appare evidente che l’unica soluzione possibile è il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari.

Più in generale, l’epidemiologia dei tumori durante i conflitti è materia molto difficile. Le banche dati sono degradate, è molto difficile risalire a diagnosi precise ed il follow up dei pazienti è reso impossibile per il fatto che a volte di tratta di rifugiati o di pazienti che abitavano altrove. Quel che sappiamo, è che la guerra è altamente carcinogena perché i conflitti amplificano i fattori di rischio: si fuma di più, si consuma più alcol, la dieta s’impoverisce, la promiscuità sessuale cresce, nessuno screening può venir condotto in un campo profughi. Inoltre, molte delle armi moderne causano enormi danni all’ambiente con conseguenze pesanti per la salute, disperdendo metalli pesanti e carboni poliaromatici complessi espulsi dai propellenti sia nelle campagne, sia nelle zone urbane. L’ambiente diviene terribilmente tossico e ciò causa a valle danni rilevanti per la salute, anche in termini di tumori. Anche se dobbiamo riconoscere che la letteratura sull’epidemiologia del cancro in guerra è zeppa di errori, siamo però certi infatti che intossicare l’ambiente causi un’enorme crescita della resistenza antimicrobica e, in forme indirette, difficoltà crescenti nel curare anche le forme tumorali.

Grazie a operatori sanitari come Sullivan, siamo lieti che il congresso di Madrid non abbia voltato le spalle alla guerra.