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Raffaele Giusti, “News in Oncology”

By 22 Luglio 2019Maggio 12th, 2021No Comments
CongressiSpeciali

Si è svolto a Perugia il 5-6 luglio 2019 il 13° Congresso Nazionale AIOM Giovani 2019 “News in Oncology” (qui tutte le presentazioni scaricabili). In occasione dell’evento abbiamo incontrato Raffaele Giusti, Coordinatore del Working Group AIOM Giovani.

Qual è un bilancio del Congresso?
Ottimo. I presenti erano circa 140, gli iscritti totali 146, senza relatori e moderatori, oltre 50 persone. Quindi una partecipazione davvero importante e in un certo senso inaspettata.

Qual è stata la sessione che ha destato maggiore attenzione?
Hanno destato maggiore attenzione chiaramente le sessioni educazionali sui big killer, quindi neoplasia polmonare, della mammella, del distretto gastroenterico. Ma quelle che in qualche modo hanno suscitato più interesse a mio avviso sono state le sessioni speciali, tra le quali quella di Paolo Marchetti (Direttore Oncologia Medica B Policlinico Umberto I, Roma) che si è soffermato sul tema dell’appropriatezza terapeutica in oncologia nel fine vita. Perché spesso gli oncologi sono concentrati nello scegliere sempre la chemioterapia di sequenza – non funziona un trattamento? Faccio un altro trattamento – e poi succede che arriviamo quasi al 20% di pazienti che ricevono una chemioterapia nell’ultimo mese di vita. Il problema è che in molti casi è molto più semplice fare una chemioterapia piuttosto che fermarsi, parlare col paziente, spiegare che probabilmente in quel momento non c’è spazio per un trattamento attivo ma soltanto per un buon controllo dei sintomi per poi accompagnare i pazienti nella fase finale del loro percorso. Spesso i pazienti ricevono trattamenti negli ultimi dieci giorni di vita proprio perché non c’è questo colloquio, perché è più facile proporre una nuova linea di trattamento. Perché in genere chi propone una nuova linea viene visto come “colui che ci prova”. Quindi anche da parte del caregiver si ottiene una sorta di considerazione maggiore rispetto al collega che in buona fede dice “Guardate, purtroppo non c’è più niente da fare e dobbiamo fermarci”.

Si è parlato anche di sorveglianza post-marketing dei farmaci. Qual è il ruolo dei Big Data in questo senso?
Partiamo da un esempio pratico. Ho uno studio, ho uno studio positivo di fase due, ho uno studio positivo di fase tre sull’overall survival, ma tutti su una popolazione chiaramente selezionata. Nel momento del post-marketing è difficile – a meno che non si faccia uno studio dedicato – che questo farmaco possa avere lo stesso risultato. Posso accorgermene da una pratica clinica, ma può anche sfuggirmi. Quali sono gli alert? Ormai le Agenzie regolatorie consentono l’utilizzo del farmaco prima della messa in commercio per usi compassionevoli, expanded access. Così abbiamo una coorte di pazienti più vasta rispetto a quella selezionata secondo i criteri che vengono usati normalmente nei trial clinici. La raccolta di questi dati è un primo step nella validazione post-marketing di questi farmaci. Chiaramente l’utilizzo dei Big Data è in qualche modo un’esaltazione di queste forme di dispensazione del farmaco. Ma l’utilizzo dei Big Data nel lungo andare può anche essere un’ulteriore forma di verifica su cui le Agenzie regolatorie devono saper lavorare, che devono saper monitorare. Non sono ancora pronte, ma ci stanno lavorando. Non dimentichiamo che nei Big Data c’è anche tutto quello che viene dai social, dalle chat box, insomma da molti aspetti della società con cui in qualche modo ci dobbiamo confrontare. Se pensiamo che ormai le chat box dove si parla di gestione degli effetti collaterali da un determinato farmaco arrivano a un numero di download di dieci milioni nella popolazione extraeuropea, si capisce bene come quello è un dato di post-marketing e di profiling estremamente importante da considerare e che non può rimanere confinato ad un colloquio tra pazienti. L’Agenzia regolatoria o la Società scientifica chiaramente garantiscono un controllo che è superiore rispetto a quello della casa farmaceutica. O di chiunque voglia utilizzare questo dato unicamente ai fini di commercio puro.

Un’altra importante sessione speciale ha riguardato il global oncology program…
Questa è stata una sessione che è nata da una corrispondenza elettronica tra me e Dario Trapani, un collega oncologo che lavora a Milano all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) che da sempre segue questa determinata tematica, e che chiaramente era la persona più indicata a occuparsene. Ci siamo incontrati all’ESMO di quest’anno, dove lui portava una relazione proprio sulla Global Policy in oncologia. E quindi per la prima volta anche AIOM ha discusso queste tematiche di Global oncology, ma soprattutto di Cancer policy. È un tema nuovo, qualcosa che non sapevamo nemmeno se proporre a un pubblico di giovani oncologi. Ma a mio avviso sono tematiche che fanno parte di quell’oncologia che ormai non è più 2.0 ma 3.0. La prevenzione e il controllo delle malattie oncologiche è diventata ormai una priorità in tutti i Paesi del mondo. Per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato una resolution che ha il nome di Cancer resolution, proprio per abbracciare tutte le disparità, le inefficienze e le ineguaglianze nell’accesso alla prevenzione dei tumori. Il problema è che molte popolazioni non hanno accesso all’assistenza sanitaria. Per cui parlare di oncologia medica accessibile a tutti lì dove ci sono dei problemi legati persino ad una disponibilità di personale diventa complesso.

Come hanno accolto questi temi “sociali” i giovani oncologi che vanno a cercare sempre il dato sul trattamento di nuovissima generazione?
Sicuramente la platea si è trovata a dover ascoltare qualcosa mai ascoltata in Italia. E il nuovo come sempre può dare interesse, noia, può generare delle ipotesi, dei punti interrogativi. Quello che è sicuro è che AIOM, come gran parte dell’oncologia medica italiana, ha sempre diffuso la cultura della terapia e cura dei tumori incentrata sul paziente, sulle sue necessità e sui suoi bisogni, sempre chiaramente sostenuta da una solida ricerca scientifica. È difficile capire se abbiano apprezzato questa lettura. Ma è qualcosa che comunque sia deve far parte delle conoscenze globali di un giovane oncologo. Capire che in Europa dell’Est o in Nord Africa una persona può non poter accedere agli stessi farmaci, alle stesse terapie forse è scontato ma va analizzato e capito il perché, come il mondo reagisce di fronte a questa cosa.

Che cosa si richiede ad un giovane oncologo che si approccia alla professione rispetto a queste tematiche che sono così complesse e apparentemente lontane dalla pratica clinica?
A mio avviso quello che viene richiesto ad un giovane oncologo è conoscere la materia, gli argomenti di cui parla. Ad un buon oncologo è richiesto ovviamente di essere un bravo medico. Quindi conoscere la materia che esercita tutti i giorni. Ma conoscere la materia che esercita tutti i giorni non significa conoscere il miglior schema di chemioterapia. Significa conoscere il trattamento più efficace, conoscere il suo paziente, aiutarlo in questo percorso. Che sia un percorso di guarigione, oppure che sia un percorso non destinato alla guarigione. Quello che fa è chiaramente confrontarsi non solo con delle politiche sanitarie, o delle situazioni di approvazioni di farmaci, o di quant’altro possa regolare la pratica clinica. Fermarsi soltanto al presente sarebbe qualcosa di estremamente difficile da sostenere nel tempo. Più si è aperti più si va avanti. Anche dal punto di vista intellettuale, non solo nella pratica clinica.

Che cosa ti aspetti dall’ESMO 2019? C’è qualche tema di particolare interesse per te?
In ESMO una cosa che apprezzo molto è che c’è una forte apertura al mondo. Io ho cominciato a lavorare con Dario Trapani proprio perché ho visto che è una persona orientata allo sviluppo e alla sostenibilità dei Paesi in via di sviluppo. Il fatto che l’ESMO sia attenta a questi Paesi forse è quello che mi avvicina molto di più ad ESMO. Già solo il fatto che ESMO abbia un programma di designazione dei centri per le cure palliative dal Nord Africa fino alla Libia, o in altri Paesi, ne fa una società scientifica aperta al mondo. E chiaramente il congresso annuale ESMO ormai è diventato qualcosa che non è il “secondo tempo” di ASCO, è anzi qualcosa di molto più esteso di ASCO per quanto riguarda determinate tematiche.

Quest’anno però anche l’ASCO ha ospitato molte discussioni su temi di politica sanitaria, è parso più schierato politicamente che in passato rispetto a certi temi…
È vero, è una scelta che ho letto come un voler in qualche modo avvicinarsi a quella che è la policy di ESMO. Il fatto che poi la Società scientifica americana abbia fatto questa scelta durante l’Amministrazione Trump è una prova di coraggio, di denuncia. È stato un bellissimo ASCO. Diverso sotto alcuni aspetti, uguale per molti altri, deludente per altri ancora. Però la plenaria è stata memorabile.

Giulia Volpe