
Il 75% dei decessi per cancro a livello globale avviene nei Paesi a basso e medio reddito (LMICs), dove vive circa l’85% della popolazione mondiale ma dove si concentra solo il 5% delle risorse globali dedicate all’oncologia. A fronte di questa sproporzione drammatica, meno del 25% dei pazienti oncologici in queste aree ha accesso ai servizi essenziali: chirurgia, anatomia patologica, imaging diagnostico e cure palliative. È questa la realtà descritta durante la sessione educativa “Scalable and Sustainable Innovations in Global Oncology Care”, qui all’ASCO 2025.
«In alcuni Paesi a basso reddito, ci sono appena 0,006 oncologi ogni 100.000 abitanti», ha dichiarato Erika Ruiz-Garcia, dell’Instituto Nacional de Cancerología di Città del Messico. Per confronto, nei Paesi ad alto reddito il numero varia da 1 a 4 oncologi ogni 100.000 persone. In Kenya, una nazione con 55 milioni di abitanti, operano meno di 50 oncologi in tutto il Paese. A queste carenze si sommano quelle di chirurghi oncologici, patologi, farmacisti oncologici e personale infermieristico specializzato. A fronte di questa situazione critica, emergono esperienze locali di successo, legittimamente valorizzate. Fredrick Chite Asirwa, direttore dell’International Cancer Institute in Kenya, ha illustrato un modello che tiene insieme formazione in loco e telemedicina: 17 centri oncologici in rete, tumor board multidisciplinari virtuali due volte a settimana, una piattaforma di patologia digitale e la possibilità di accedere a studi clinici. «L’obiettivo – ha spiegato – è costruire una workforce resiliente, aumentando la capacità locale di diagnosi e trattamento, anche grazie a collaborazioni internazionali».
Rodrigo Dienstmann, oncologo presso Oncoclínicas&Co (San Paolo, Brasile), ha presentato un altro esempio virtuoso: un programma nazionale di test genomici per pazienti con adenocarcinoma polmonare avanzato, reso possibile da una partnership con l’industria farmaceutica. In Brasile, nonostante la disponibilità di terapie target, l’accesso è spesso ostacolato da difficoltà logistiche e burocratiche — come l’ottenimento di biopsie adeguate, la disponibilità dei test molecolari e la copertura assicurativa. Il tema delle diseguaglianze purtroppo dunque persiste, e non riguarda solo i Paesi a risorse limitate. «Anche negli Stati Uniti – ha ricordato Asirwa – esistono intere aree con carenza di personale e ostacoli all’accesso alle cure. Le soluzioni nate in Africa o America Latina possono essere utili anche in questi contesti».
La sessione dell’ASCO non ha fatto emergere però soltanto le buone pratiche, ma anche le difficoltà enormi che permangono, nella convinzione che si possa imparare tanto dai successi quanto dai fallimenti. Il messaggio è chiaro: per ridurre il divario globale nel contrastare le malattie oncologiche a livello globale servono soluzioni scalabili, collaborazioni internazionali e un impegno concreto nel rafforzare i sistemi sanitari locali.



