
Al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) 2025 arrivano i risultati dello studio randomizzato di fase III Alliance A011104/ACRIN 6694, che mette in discussione una prassi diffusa: l’uso routinario della risonanza magnetica (MRI) nella valutazione preoperatoria del tumore della mammella. Secondo i dati presentati, nelle pazienti con carcinoma mammario HR-negativo in stadio I–II, l’aggiunta della MRI alla mammografia diagnostica non modifica gli esiti oncologici a cinque anni.
La ricerca, coordinata da Isabelle Bedrosian (MD Anderson Cancer Center), parte da un presupposto radicato nella pratica clinica: individuare ulteriori focolai di malattia tramite MRI e rimuoverli chirurgicamente dovrebbe ridurre il rischio di recidiva. Tuttavia, si tratta di un assunto mai validato in modo definitivo e che comporta ricadute non trascurabili: più esami, più biopsie, ritardi nell’intervento e un aggravio economico per le pazienti. Nel trial sono state arruolate 319 donne, tutte candidate a chirurgia conservativa e prive di mutazioni BRCA1/2, tumori bilaterali o precedenti oncologici. Dopo la mammografia iniziale, sono state randomizzate a ricevere una MRI preoperatoria oppure nessuna indagine aggiuntiva. L’endpoint principale, la recidiva locoregionale a cinque anni, è risultato sovrapponibile tra i due bracci: 93,2% di pazienti libere da recidiva nel gruppo MRI contro 95,7% nel gruppo senza MRI. Nessuna differenza significativa, inoltre, né nella sopravvivenza libera da recidiva a distanza né nella sopravvivenza globale.
Un’analisi esploratoria nelle partecipanti trattate con chemioterapia neoadiuvante ha mostrato tassi di risposta patologica completa numericamente inferiori nel braccio MRI (36% contro 52%), ma il numero esiguo di casi non consente interpretazioni definitive. Anche questa parte dello studio, infatti, risente di un limite statistico evidente. Accanto ai risultati, Bedrosian ha sottolineato alcuni elementi di cautela. La popolazione arruolata presenta caratteristiche che potrebbero aver attenuato la possibilità di osservare un beneficio della MRI: il 93% delle pazienti era clinicamente N0, circostanza che riduce fisiologicamente il rischio di recidiva locale; inoltre, l’età media era elevata (58,9 anni), mentre la maggiore utilità della MRI è spesso descritta nelle donne più giovani, con mammelle più dense. Anche in questo sottogruppo, comunque, l’analisi preliminare non ha indicato segnali di vantaggio. Un altro possibile bias deriva dalla stessa logica con cui il trial è stato costruito: per valutare l’impatto della MRI sugli esiti oncologici, sarebbe necessario che la metodica identificasse e consentisse di trattare focolai aggiuntivi clinicamente rilevanti. Se però la sensibilità incrementale della MRI rispetto alla mammografia, in questa specifica popolazione, è limitata, allora l’intera catena causale viene meno. Bedrosian ha infatti anticipato che sono in corso analisi per verificare quante nuove lesioni siano state realmente individuate dalla MRI e quale fosse la loro natura clinica.
Nonostante queste possibili fonti di distorsione, i dati si inseriscono nel solco di studi precedenti come il COMICE, che già non aveva mostrato una riduzione degli interventi chirurgici successivi grazie alla MRI preoperatoria. L’insieme delle evidenze converge verso un punto: nelle pazienti con carcinoma mammario HR-negativo in stadio iniziale, prive di caratteristiche ad alto rischio genetico, l’uso routinario della MRI prechirurgica non migliora gli outcome e potrebbe non essere giustificato. Per Bedrosian, la conclusione è netta: oggi non esistono prove che la MRI preoperatoria offra un vantaggio clinico in questo contesto. La sua omissione, nelle pazienti idonee, potrebbe evitare esami superflui, contenere i tempi di attesa e ridurre i costi, senza compromettere la prognosi.


