La nuova via degli ADC passa per la Cina?

A cura di Luciano De Fiore By 14 Settembre 2026No Comments
Dai congressi

Due studi di fase III, due antibody-drug conjugates diretti contro lo stesso bersaglio, B7-H3, due risultati positivi sulla sopravvivenza globale. E, soprattutto, due farmaci nati nei laboratori di aziende cinesi e già entrati nelle pipeline di due multinazionali occidentali, Roche e GSK. La World Conference on Lung Cancer (WCLC) 2026 di Seul offre una nuova fotografia dello spostamento verso Oriente del baricentro dell’innovazione oncologica. Dopo la consacrazione dei bispecifici cinesi, culminata nella presentazione di ivonescimab alla plenaria dell’ASCO, e di cui Oncoinfo si è già occupato, questa volta sono gli ADC a richiamare l’attenzione.

Il primo protagonista è tambotatug pelitecan (Tam-Peli, YL201), ADC anti-B7-H3 sviluppato da MediLink Therapeutics. Nello studio randomizzato di fase III TAISHAN-302, condotto in Cina in pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC) recidivato dopo chemioterapia a base di platino, con o senza precedente trattamento con un inibitore di PD-L1, Tam-Peli è stato confrontato con topotecan. Il risultato è difficilmente equivocabile: sopravvivenza globale mediana di 13,3 mesi contro 9,4, con una riduzione del 54% del rischio di morte (HR 0,46). Anche la PFS è risultata nettamente superiore: 7,4 contro 2,8 mesi. Il tasso di risposta obiettiva ha raggiunto il 59,1%, rispetto al 9,7% con topotecan.

Quasi contemporaneamente, nello stesso Presidential Symposium, è arrivato un secondo risultato. Risvutatug rezetecan (Ris-Rez, HS-20093), ADC anti-B7-H3 sviluppato da Hansoh Pharma, è stato valutato nello studio ARTEMIS-008, anch’esso contro topotecan nel SCLC recidivato dopo terapia a base di platino. Su 461 pazienti, la sopravvivenza globale mediana è stata di 18,5 mesi con Ris-Rez contro 10,3 mesi con topotecan. Anche qui, curiosamente, l’hazard ratio è stato esattamente 0,46. La PFS mediana è risultata di 7,2 contro 3 mesi e il tasso di risposta del 58,3% contro il 12,6%.

Non è una competizione che possa essere risolta confrontando indirettamente numeri provenienti da studi differenti. Ma è difficile non cogliere il segnale complessivo: due programmi indipendenti, entrambi nati in Cina, hanno portato la stessa nuova classe di ADC fino alla fase III, ottenendo un beneficio significativo di sopravvivenza in una neoplasia aggressiva e ancora caratterizzata da opzioni terapeutiche limitate.

La seconda parte della storia è industriale, ma non è meno interessante. MediLink ha concesso a Roche i diritti di sviluppo e commercializzazione di Tam-Peli al di fuori della Greater China. L’accordo prevede 570 milioni di dollari tra pagamento iniziale e milestone a breve termine, oltre a ulteriori esborsi legati allo sviluppo e alle vendite. Roche prevede ora di portare rapidamente il farmaco in studi globali. GSK detiene invece i diritti di Ris-Rez fuori dalla Cina continentale, Hong Kong, Macao e Taiwan e sta sviluppando l’ADC in un programma internazionale che comprende tumore del polmone, prostata e altri tumori solidi. Il fenomeno, tuttavia, va molto oltre questi due farmaci. A fine agosto Duality Biologics, biotech di Shanghai specializzata proprio negli ADC, ha annunciato una collaborazione con Genentech, società del gruppo Roche, per utilizzare la propria piattaforma DUPAC nello sviluppo di una nuova generazione di coniugati. L’accordo prevede 45 milioni di dollari upfront e oltre un miliardo di potenziali milestone.

Duality è un caso particolarmente interessante.
Le sue collaborazioni internazionali — con BioNTech, GSK, BeOne, Avenzo, Adcendo e ora Genentech — hanno raggiunto un valore potenziale complessivo superiore ai 7 miliardi di dollari. Uno dei suoi ADC anti-B7-H3, elfetabart drozuntecan, sviluppato con BioNTech, è già entrato in fase III globale. È forse questo l’aspetto più interessante della trasformazione in corso. La prima fase dell’internazionalizzazione biotech cinese – della quale abbiamo dato conto diffusamente nei mesi passati – poteva essere descritta con un modello relativamente semplice: un’azienda cinese sviluppava rapidamente una molecola, una Big Pharma occidentale ne acquistava i diritti internazionali e si assumeva la responsabilità dello sviluppo globale. Ora il modello sta cambiando. Le aziende cinesi conservano sempre più spesso un ruolo nella ricerca, nello sviluppo precoce e talvolta nel co-sviluppo internazionale. Non vendono soltanto singoli asset: mettono a disposizione piattaforme tecnologiche capaci di generare nuove molecole. È il passaggio da source of assets a source of innovation. E gli ADC sembrano uno dei terreni sui quali questa trasformazione procede più rapidamente.

Perché proprio gli ADC? La Cina dispone di alcune condizioni particolarmente favorevoli allo sviluppo di questa classe di farmaci: un ecosistema molto ampio di aziende specializzate, capacità di chimica e produzione biologica, rapidità nella transizione dal preclinico alla sperimentazione sull’uomo e disponibilità di grandi popolazioni di pazienti per gli studi clinici. Il risultato è una densità di programmi che consente di sperimentare rapidamente nuovi target, linker e payload e di selezionare i candidati più promettenti. B7-H3 ne è un esempio. Fino a pochi anni fa era considerato un bersaglio interessante ma ancora largamente sperimentale. Oggi due ADC cinesi diretti contro B7-H3 mostrano contemporaneamente un beneficio di sopravvivenza in fase III.

Rimane tuttavia una questione già emersa con ivonescimab: quanto sono trasferibili a popolazioni internazionali risultati ottenuti esclusivamente o prevalentemente in Cina? Non è necessariamente una questione di qualità dei dati. La domanda riguarda piuttosto l’eterogeneità delle popolazioni, delle pratiche cliniche e delle linee terapeutiche precedenti. Perché un farmaco cinese diventi uno standard mondiale, il passaggio attraverso studi registrativi multinazionali rimane essenziale. Infatti, Roche e GSK stanno procedendo precisamente in questa direzione.
Ed è probabilmente qui che si giocherà la prossima fase della storia: non più stabilire se la Cina sappia produrre farmaci oncologici innovativi — i risultati degli ultimi anni hanno largamente risposto alla domanda — ma verificare quanti di questi farmaci riusciranno a trasformarsi in nuovi standard terapeutici globali.
Nel 2017 furono i dati preliminari di una piccola azienda cinese, Legend Biotech, a sorprendere l’ASCO con quella che sarebbe diventata Carvykti. Quasi dieci anni dopo, la situazione è profondamente diversa. Bispecifici, ADC, targeted therapies e nuove combinazioni nate in Cina occupano ormai le sessioni principali dei congressi internazionali e alimentano le pipeline delle maggiori multinazionali occidentali.

Per questo il punto interrogativo nel titolo resta opportuno. È ancora presto per dire che la nuova via degli ADC passi necessariamente per la Cina. Ma dopo Seul diventa sempre più difficile immaginare che possa passarle accanto.