La Cina non rincorre più: in Oncologia è ormai tra i protagonisti dell’innovazione

A cura di Luciano De Fiore By 8 Giugno 2026Giugno 15th, 2026No Comments
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Per anni la presenza cinese ai grandi congressi internazionali di oncologia è stata percepita come una curiosità emergente. Oggi quella stagione sembra definitivamente conclusa. All’ASCO 2026 di Chicago, la Cina non si è limitata a partecipare: ha contribuito a definirne l’agenda scientifica. A segnare simbolicamente questo passaggio è stato ivonescimab, il bispecifico anti-PD-1 e anti-VEGF sviluppato da Akeso, protagonista di una delle sessioni plenarie più prestigiose del congresso. Per la prima volta, un dataset interamente cinese ha conquistato il palco centrale dell’ASCO grazie a risultati di sopravvivenza globale che hanno attirato l’attenzione dell’intera comunità oncologica internazionale. Ma ivonescimab rappresenta soltanto la punta dell’iceberg.

La storia recente dell’oncologia cinese può essere fatta iniziare nel 2017, quando una piccola azienda allora quasi sconosciuta, Nanjing Legend Biotech, presentò all’ASCO dati sorprendenti su una terapia cellulare che sarebbe poi diventata Carvykti, uno dei CAR-T di maggior successo a livello mondiale. Nove anni dopo, il panorama appare radicalmente diverso. Tra i risultati più discussi di Chicago figurano quelli dell’ADC anti-TROP2 sac-TMT di Kelun-Biotech associato a pembrolizumab nel carcinoma polmonare non a piccole cellule PD-L1 positivo. Lo studio ha mostrato una riduzione del rischio di progressione o morte del 65% rispetto al solo pembrolizumab. Natalie Vokes del MD Anderson Cancer Center ha definito i risultati “potenzialmente practice-changing”, qualora confermati in studi globali. Sempre nel tumore del polmone, Dizal Pharma ha presentato dati positivi per il suo inibitore tirosin-chinasico Zegfrovy nelle mutazioni EGFR exon 20 insertion, mentre un altro composto cinese, il RET-inibitore lunbotinib, ha trovato spazio nella stessa sessione scientifica. Com’è chiaro, non si tratta più di episodi isolati. Come ha osservato Dajun Yang, CEO di Ascentage Pharma, nei settori emergenti come anticorpi bispecifici, ADC e protein degraders fino a un terzo degli studi presentati ai congressi internazionali proviene ormai dalla Cina.

Forse il cambiamento più rilevante riguarda la percezione stessa dell’industria cinese. “Un tempo si pensava che la Cina producesse soprattutto molecole di seconda generazione. Oggi questa idea è semplicemente falsa”, ha dichiarato P.K. Morrow, responsabile della ricerca oncologica di Takeda. Analoghe considerazioni sono arrivate da Pfizer, Merck e Bristol Myers Squibb, tutte impegnate in accordi miliardari con biotech cinesi. Pfizer ha appena siglato una vasta partnership con Innovent Biologics che prevede non solo licenze, ma anche co-sviluppo e co-commercializzazione di più asset oncologici. Bristol Myers Squibb ha costruito con Hengrui Pharma una collaborazione da oltre 15 miliardi di dollari. Takeda ha investito oltre un miliardo di dollari per acquisire diritti su candidati oncologici sviluppati da Innovent.

Si tratta di un cambiamento qualitativo. Fino a pochi anni fa le multinazionali occidentali acquistavano singole molecole promettenti. Oggi investono direttamente nelle capacità scientifiche e di sviluppo delle aziende cinesi. Ha ragione quindi Helen Chen di L.E.K. Consulting ad osservare che questi accordi rappresentano “un voto di fiducia nella capacità di aziende come Hengrui e Innovent di sviluppare farmaci allo stesso livello delle grandi multinazionali occidentali”. Uno dei fattori che alimentano questa crescita è la straordinaria rapidità del sistema cinese. Marty Makary, da poco destituito da commissario della FDA, fa notare che la Cina oggi avvia un numero di studi di fase I circa quattro volte superiore a quello degli Stati Uniti. E non è tanto una questione regolatoria. Come sottolineano gli stessi dirigenti cinesi, i tempi di revisione delle autorizzazioni non sono necessariamente più rapidi di quelli della FDA. A fare la differenza è l’efficienza dell’intera filiera preclinica, dalla tossicologia agli studi sperimentali, che consente di comprimere drasticamente i tempi di sviluppo. In un settore dove la velocità è diventata un vantaggio competitivo decisivo, questo rappresenta un elemento sempre più rilevante.
Insomma, la Cina non è più il “discount biotech” del mondo. La conseguenza è evidente anche sul piano economico. Secondo i dati di Evaluate, tra il 2022 e il 2025 il numero di accordi transfrontalieri riguardanti prodotti biotech cinesi è aumentato del 120%, mentre il valore degli upfront è cresciuto di circa il 400%, passando da 1,1 a 5,6 miliardi di dollari: “China is not a bargain basement anymore”, ha sintetizzato l’analista Mark Lansdell.

In altre parole, la Cina non è più il luogo dove acquistare a basso costo molecole promettenti. Sta diventando un mercato dell’innovazione con un proprio potere contrattuale. Accanto all’entusiasmo restano però alcune ombre. Molti esperti continuano a interrogarsi sulla trasferibilità globale dei risultati ottenuti in popolazioni prevalentemente cinesi. Non si tratta necessariamente di un problema di qualità dei dati, come hanno sottolineato sia Merck sia BioNTech, quanto della necessità di confermare i risultati in studi multinazionali più eterogenei. A questo si aggiungono le crescenti tensioni geopolitiche, acuite dall’attuale amministrazione centrale americana. Negli Stati Uniti è stato appena presentato un nuovo disegno di legge, il Biotech Investment National Security Act, che punta a sottoporre a controlli governativi investimenti, joint venture e accordi di licensing con aziende biotech cinesi. La proposta nasce dal timore che la crescente dipendenza dell’industria americana dall’innovazione proveniente dalla Cina possa trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Non tutti, tuttavia, condividono questa impostazione. Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, ha espresso una posizione netta: “Gli Stati Uniti non dovrebbero concentrare l’80% delle loro energie nel tentativo di rallentare la Cina. Dovrebbero utilizzare l’80% delle loro energie per diventare migliori della Cina”.

L’impressione che emerge da Chicago è che il dibattito non riguardi più se la Cina diventerà una potenza dell’innovazione oncologica, ma come il resto del mondo si adatterà a questa nuova realtà. Dieci anni fa un singolo studio di una piccola biotech cinese bastò a sorprendere l’ASCO. Oggi sarebbe impossibile raccontare il congresso senza citare decine di farmaci, aziende e ricercatori provenienti dalla Cina. Più che una minaccia, per molti osservatori si tratta di una nuova fase della competizione scientifica globale. Una competizione che promette di accelerare l’innovazione e che, in ultima analisi, potrebbe tradursi in maggiori opportunità terapeutiche per i pazienti oncologici di tutto il mondo.