
A Chicago, quest’anno, il congresso dell’ASCO si apre nel segno di una domanda sempre più difficile da eludere: quanto valore reale producono le terapie oncologiche che continuiamo ad aggiungere e prescrivere, tenendo conto dell’ottica globale delle cure del cancro? In un intervento pubblicato sull’ASCO Educational Book a fine aprile (DOI: 10.1200/EDBK-26-517738), Ian Tannock parla apertamente di una “crisi di valore” dell’oncologia contemporanea. Una crisi che non riguarda soltanto la ormai antica questione del costo dei nuovi farmaci, ma il significato stesso del beneficio clinico, l’accesso alle cure e la capacità dei sistemi sanitari di offrire trattamenti davvero fondati sulle evidenze.
Per anni l’oncologia ha misurato il progresso soprattutto in termini di innovazione. Oggi, forse per la prima volta con tanta chiarezza, è costretta a interrogarsi anche sul rapporto tra innovazione e proporzione. Quanto guadagno reale producono terapie sempre più costose? E quanto siamo disposti — come sistemi sanitari, medici, pazienti — a pagare per benefici talvolta marginali? Il tema attraverserà silenziosamente molte delle sessioni di questo ASCO. Perché dietro ogni nuova molecola, ogni combinazione, ogni linea terapeutica anticipata, si nasconde una domanda concreta: il beneficio osservato cambia la vita dei pazienti? Oppure aggiunge tossicità, tempo sottratto alla vita quotidiana, costi economici e sociali che finiscono per pesare quanto il vantaggio ottenuto?
Dal 2015, la FDA ha approvato quasi 140 nuovi farmaci antitumorali, circa un quarto dei quasi 500 medicinali che ha autorizzato per la commercializzazione nel periodo. La lunga lista di nuovi trattamenti riflette i continui progressi. E non riguarda solo il cosiddetto Occidente: quest’anno la Cina porta a Chicago più di 100 studi, un record, a conferma della natura globale della ricerca oncologica. Eppure, nella società civile la percezione diffusa della crescita della speranza di vita, dovuta all’innovazione, non è confortante. Anche perché i media sono sempre disposti a “strillare” le presunte nuove conquiste, ma sottacciono i lenti miglioramenti. Noi di Oncoinfo lo abbiamo riscontrato nel cinema, in un poster che presentiamo proprio a questo congresso: gli aspetti sentimentalmente tragici occultano i reali progressi (De Fiore L, De Fiore P, Di Maio M. Oncomovies: Cancer in cinema from early sound film to 2025. Poster Session: Jun 1st 9:00 – 12:00 PM CDT; #9023, poster Bd 490).
Infatti, come ha in questi giorni ricordato la International Agency for Research on Cancer (IARC), celebrando il proprio sessantesimo anniversario su “The Lancet”, le evidenze prodotte dalla stessa IARC sono ampiamente disponibili internazionalmente e frequentemente citate, ma la semplice citazione non garantisce il loro utilizzo effettivo, né tantomeno la loro conoscenza da parte della pubblica opinione. Ciò che determina se le evidenze vengano realmente incorporate nelle politiche e nell’implementazione pratica è l’esistenza di uno “strato abilitante” costituito da registri tumori, piattaforme formative, partecipazione di esperti e relazioni di governance. Questo strato abilitante si costruisce lentamente, in modo cumulativo, ed è particolarmente fragile proprio nei contesti che dipendono maggiormente da infrastrutture condivise.
In sostanza, ogni scelta terapeutica ha un costo-opportunità. Ogni risorsa investita in una terapia ad alto costo e scarso valore è una risorsa sottratta a trattamenti più efficaci, all’assistenza, alla prevenzione, all’equità di accesso. In fondo, il congresso di Chicago si apre anche così: con il sospetto crescente che il problema dell’oncologia contemporanea non sia soltanto fare di più, ma capire meglio cosa valga davvero la pena fare.
Anche quest’anno, da questa America stressata dai rincari e dall’incertezza comportati dal secondo mandato di Trump, la nostra redazione darà conto di quel che emergerà dal McCormick Center. Stavolta, lasciatecelo dire, anche animati dall’orgoglio di essere un pochino protagonisti dell’evento, e non solo reporter.


