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ESMO 2016: anatomia di un successo

By 10 Ottobre 2016Aprile 7th, 2021No Comments
Dai congressi

Basterebbe quanto ha riconosciuto Daniel F. Hayes, Presidente dell’ASCO: “Non ricordo un meeting sul cancro nel corso del quale, in tre giorni, sono stati pubblicati sei lavori sul NEJM e quattro sul Lancet Oncology”. In effetti, i più di ventimila oncologi che hanno affollato le sale del Bella Center (alcune all’inverosimile, come nel corso della presentazione dei dati sulle immunoterapie del carcinoma polmonare) ricorderanno questo congresso come quello del possibile “sorpasso” rispetto all’ASCO per internazionalizzazione della faculty e livello delle presentazioni e dei poster. Tanto che è stato necessario prevedere ben tre sessioni presidenziali, nelle quali ospitare gli studi più rilevanti.

Scorrendo i titoli dei lavori pubblicati sul NEJM in esito al congresso, sembrerebbe che la parte del leone sia spettata nuovamente all’immunoterapia, grazie ai dati sorprendenti di pembrolizumab nel carcinoma polmonare non squamoso non microcitoma e di ipilimumab nell’adiuvante del melanoma metastatico. Ma non sono meno rilevanti per la pratica clinica ad esempio i risultati dello studio S-TRAC sul sunitinib in adiuvante nella terapia del tumore renale avanzato o quelli del nivolumab nel tumore della vescica in II linea. I pazienti affetti da patologie molto gravi, come appunto il carcinoma polmonare, il melanoma avanzato ed il tumore del rene, trovano dunque oggi motivi di speranza.

Sì, ma per quali pazienti è vero? Questi nuovi strumenti terapeutici si rendono disponibili, o lo saranno a breve, solo nei Paesi ad alto reddito. Già in Europa si è evidenziato un gap rilevante tra Paesi occidentali e orientali, a detrimento di questi ultimi. Uno studio italiano, presentato da Franco Perrone lunedì, ha mostrato la correlazione tra problemi finanziari del malato, e della sua famiglia, e povertà dei suoi outcome. E se la tossicità finanziaria in Italia incide per più del 20% nell’aumento del rischio di morte, negli Stati Uniti la percentuale si eleva fino all’80%: il nostro sistema universalistico delle cure, evidentemente, supplisce alle difficoltà dei singoli malati. E per fortuna. Ma che dire allora dei Paesi mediorientali, o africani? Bishal Gyawali, che lavora a Nagoya in Giappone, ci ha detto che le nuove terapie immunologiche valgono per la pratica clinica di un Paese come il Nepal, da cui proviene, come la scoperta di un nuovo buco nero o di una nuova galassia per il nostro uomo della strada; nessun impatto sulla pratica clinica, per decenni a venire.

Resta dunque sul tappeto il grande tema dell’equità nella distribuzione delle cure, a livello europeo e mondiale. Consola che se ne continui a parlare anche all’ESMO, che vengano promossi i primi studi volti a misurare l’impatto della financial toxicity sugli outcome clinici. Come ha detto Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, è molto più grave se perdiamo un paziente perché non ha avuto accesso alle cure, che perché non abbiamo compreso fino in fondo i meccanismi per cui il suo cancro cresce. In altri termini, il tema della sostenibilità delle cure (nel loro complesso, e non solo dei farmaci) è lo sfondo necessario e complesso contro il quale deve misurarsi ogni possibile innovazione terapeutica.

Luciano De Fiore