
A Chicago, dal 29 maggio al 2 giugno, il congresso della American Society of Clinical Oncology si annuncia come uno dei più densi degli ultimi anni. Non soltanto per la quantità di dati attesi, ma per il clima culturale che accompagna ormai la ricerca oncologica globale: da una parte l’accelerazione impressionante dell’innovazione terapeutica, dall’altra il crescente interrogativo sul valore reale di molte delle nuove strategie proposte, soprattutto quando vengono anticipate a fasi sempre più precoci della malattia, moltiplicando costi, tossicità e complessità organizzative.
È il tema sollevato anche dall’editoriale di apertura di Oncoinfo, dedicato proprio al “valore” dell’ASCO 2026, che richiama le riflessioni di Ian Tannock sulla crisi di valore dell’oncologia contemporanea: una crisi che non riguarda soltanto i prezzi dei farmaci, ma il significato stesso del beneficio clinico, dell’accesso e della sostenibilità dei sistemi sanitari.
In questo scenario, uno dei protagonisti più osservati sarà certamente la Cina. I ricercatori oncologici cinesi arrivano infatti a Chicago con una presenza senza precedenti: quasi cento studi selezionati per presentazioni orali, late breaking abstract e sessioni di grande rilievo. Un dato che conferma come il baricentro dell’innovazione biofarmaceutica si stia progressivamente spostando anche verso Oriente.
Tra i lavori più attesi figura lo studio di fase III HARMONi-6, sviluppato da Akeso e selezionato addirittura per la Plenary Session del congresso. Lo studio valuta ivonescimab, anticorpo bispecifico PD-1/VEGF, in combinazione con chemioterapia nel carcinoma polmonare squamoso metastatico. Secondo le anticipazioni, il beneficio sembrerebbe emergere indipendentemente dall’espressione di PD-L1, aprendo potenzialmente a una platea molto ampia di pazienti. Resta però aperta una questione cruciale: quanto questi vantaggi si tradurranno in un reale miglioramento della sopravvivenza e della qualità di vita, a livello globale? E soprattutto: quale sarà il prezzo biologico ed economico di combinazioni sempre più aggressive? L’impressione generale è che l’oncologia contemporanea stia entrando in una fase nuova, nella quale l’entusiasmo per i meccanismi molecolari e per l’espansione delle indicazioni terapeutiche convive con una crescente prudenza interpretativa.
Anche altri studi molto attesi sembrano muoversi lungo questa linea di confine. Tra questi il trial LIBRETTO-432, dedicato a selpercatinib nel carcinoma polmonare non a piccole cellule RET-fusion positivo operato. L’idea di fondo è sempre più evidente: spostare nelle fasi precoci terapie nate inizialmente per la malattia metastatica, nel tentativo di prevenire le recidive e forse evitare l’evoluzione verso lo stadio IV. È una strategia razionalmente affascinante, ma che implica un progressivo ampliamento del numero di pazienti esposti a trattamenti lunghi, costosi e non privi di tossicità. Non a caso, sempre più spazio al congresso sarà dedicato ai biomarcatori, al monitoraggio mediante ctDNA e alla necessità di infrastrutture molecolari sofisticate per selezionare correttamente chi trattare e quando trattarlo. Accanto all’innovazione, emergerà quindi anche il problema della selezione. Perché la medicina di precisione rischia paradossalmente di diventare medicina ad alta dispersione se gli strumenti diagnostici, interpretativi e organizzativi non riescono a stare al passo con l’offerta terapeutica.
Tra i dati più attesi figurano inoltre gli aggiornamenti degli studi CHALLENGE, KEYNOTE-B15/EV-304 e CHRYSALIS-2, oltre ai follow-up a lungo termine di trial ormai storici come CROWN nel tumore polmonare ALK-positivo. Proprio il follow-up a sette anni dello studio CROWN potrebbe offrire uno dei pochi segnali realmente solidi di beneficio duraturo: pazienti vivi e ancora in trattamento molti anni dopo la diagnosi metastatica.
Forse è proprio qui che si giocherà il significato profondo dell’ASCO 2026. Non tanto nella quantità delle nuove molecole presentate, ma nella capacità di distinguere tra progresso reale e semplice accumulazione terapeutica. Perché il rischio, come suggerisce il dibattito che attraverserà silenziosamente molte sessioni del congresso, è che l’oncologia finisca per confondere il fare di più con il curare meglio.


