Skip to main content

Common Sense Oncology: equità, valore e risultati che contano

A cura di Luciano De Fiore By 3 Giugno 2024No Comments
Congressi

Non fa più notizia che all’ASCO si tenga un’intera sessione – il 3 giugno – dedicata a un tema tanto delicato e che investe l’oncologia nel suo complesso: un argomento ormai classico dell’oncologia globale. La sessione è stata organizzata insieme da ASCO e dalla European Cancer Organisation (ECO). Per un motivo evidente, come ha notato Enrique Soto Pérez de Celis (National Institute of Medical Sciences and Nutrition Salvador Zubirán, Città del Messico), co-chair della sessione: «Queste sessioni congiunte ASCO/ECO sono utili perché, sebbene ci siano ancora differenze globali nella pratica, abbiamo anche sfide comuni che richiedono soluzioni comuni».

Per chi non lo sapesse, l’iniziativa Common Sense in Oncology è dedicata a garantire che l’assistenza oncologica si concentri su risultati che contano per i pazienti e che trattamenti con benefici significativi siano accessibili in tutti i sistemi sanitari. Le parole “buon senso” e “oncologia” sembrerebbero andare di pari passo, ma un numero crescente di clinici e pazienti afferma che una sana dose del primo è necessaria per rendere l’assistenza oncologica più equa e centrata sul paziente. Una sessione che si concentra sugli elementi dell’assistenza oncologica che contano davvero e su come possono essere al centro degli studi clinici, fornendo anche un quadro di riferimento per valutare studi e trattamenti sia per oncologi che per pazienti.

Common Sense Oncology è stata lanciata a luglio 2023 da un articolo pubblicato su “Lancet Oncology” che chiedeva di focalizzare l’assistenza oncologica su risultati che contano per i pazienti. Per raggiungere questi obiettivi, l’iniziativa si concentra su tre pilastri: (1) generazione di prove, (2) interpretazione delle prove e (3) comunicazione delle prove. L’iniziativa dal basso include clinici, accademici, responsabili delle politiche e sostenitori dei pazienti provenienti da sistemi sanitari di tutto il mondo. Motivazioni che inducono Christopher Booth (Queen’s University, Canada, membro fondatore di Common Sense Oncology) a sottolineare quanto l’iniziativa sia radicata in un fortissimo ethos di giustizia e equità sanitaria. Il gruppo sostiene con forza che quei trattamenti che fanno una differenza significativa nella vita dei pazienti, siano disponibili indipendentemente da dove una persona viva. E «allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere però quando i trattamenti sortiscono benefici molto piccoli ed effetti collaterali importanti; possiamo migliorare molto nella comunicazione ai pazienti in modo che possano prendere decisioni davvero informate sulla loro cura», sostiene Booth.
Il gruppo di Common Sense Oncology è molto preoccupato per la scelta sempre più frequente nei trial clinici di preferire alla sopravvivenza globale endpoint alternativi, inclusa la sopravvivenza libera da progressione (PFS). Per quanto la PFS aiuti i ricercatori a misurare il periodo di tempo in cui un paziente vive senza che il suo cancro cresca, non significa necessariamente che il paziente vivrà più a lungo e/o meglio. «La maggior parte delle persone sottovaluta questo endpoint», ha dichiarato Michelle Tregear (National Breast Cancer Coalition, co-fondatrice di Common Sense Oncology e sopravvissuta al cancro al seno da 15 anni). «Molti pazienti accoglierebbero con favore un periodo più lungo senza progressione, anche se non è accompagnato da un aumento della sopravvivenza, ma la maggior parte concorderebbe anche che questo è prezioso solo se non comporta una compromissione della qualità della vita a causa degli effetti collaterali, della tossicità del tempo e della tossicità finanziaria».

Secondo Manju Sengar (Tata Memorial Centre, Mumbai, India, anch’egli co-fondatore di Common Sense Oncology), «dobbiamo assicurarci che i trial lanciati nel nostro Paese siano guidati dagli stessi obiettivi di Common Sense Oncology. Dobbiamo mirare a benefici sostanziali e dare priorità alla sopravvivenza globale e alla qualità della vita piuttosto che agli endpoint surrogati. I pazienti dei Paesi a basso e medio reddito devono essere inclusi per garantire che i trial rappresentino la popolazione complessiva, e questi trattamenti devono essere resi ampiamente accessibili una volta approvati».
Winette van der Graaf (Istituto del Cancro dei Paesi Bassi, anch’ella membro fondatrice di Common Sense Oncology), insiste sulla necessità di reinventare i trial clinici per raggiungere questi obiettivi, mentre Nicolò Matteo Luca Battisti (The Royal Marsden NHS Foundation Trust, a Londra), insiste sulle disuguaglianze nell’assistenza all’interno dell’Unione Europea e sugli sforzi per superarle. Michelle Tregear, in conclusione, insiste sulla necessità di tener conto sempre di più delle prospettive dei pazienti riguardo ai trattamenti che fanno la differenza, coinvolgendoli nella progettazione stessa, e poi nell’implementazione e nella comunicazione, dei trial clinici, battendoci affinché i pazienti siano messi in condizione di richiedere questo tipo di cambiamenti nei trial clinici.