
Presentare oralmente all’ASCO è considerato uno dei traguardi più ambiti nella carriera di un oncologo. Ma chi sono davvero i professionisti che accedono a questo spazio prestigioso? Uno studio presentato all’edizione 2025 del congresso analizza in dettaglio la composizione geografica, istituzionale e anagrafica dei relatori delle sessioni orali ASCO dal 2021 al 2024, sollevando interrogativi importanti sulla rappresentatività dell’intera comunità oncologica. In una fase in cui gli studenti internazionali vengono espulsi da Harvard, colpisce ma non stupisce che ASCO, in controtendenza, punti a una maggiore inclusività.
Su un totale di 1563 presentazioni orali, provenienti da 1310 relatori e 491 istituzioni, emerge che quasi il 70% dei contributi viene dal Nord America, con una netta prevalenza degli Stati Uniti (66,7%), seguiti a distanza da Cina, Francia e Regno Unito. Appare particolarmente limitata, se non assente, la partecipazione di oncologi da Africa, Sud America (eccezion fatta per quattro presentazioni dal Brasile) e Medio Oriente, a conferma di uno squilibrio globale nella visibilità scientifica. La stragrande maggioranza dei relatori statunitensi proviene da centri accademici con designazione NCI (87,1%), e ben il 22% delle presentazioni è concentrato in appena cinque istituzioni, tutte negli Stati Uniti, di cui tre localizzate sulla costa Est. Il dato più emblematico riguarda il “PPP” (presentazioni per milione di abitanti), che evidenzia una forte disparità interna agli USA: Massachusetts, Washington D.C. e Connecticut risultano nettamente in testa, mentre tredici stati non hanno avuto alcun rappresentante sul podio.
Anche la composizione per età accademica fa pensare. I relatori hanno in media 13 anni di esperienza post-specializzazione. Solo il 6% sono studenti o in formazione, mentre gli oncologi nelle prime fasi di carriera (meno di tre anni post-training) non hanno ottenuto neanche una presentazione in plenaria e hanno rappresentato meno del 10% delle presentazioni orali standard. Un dato che segnala una barriera non trascurabile all’accesso dei giovani alla scena internazionale. Gli autori dello studio – che si sono basati su fonti pubbliche e database professionali – sottolineano come la fotografia attuale dei relatori ASCO rifletta un’élite accademica di oncologi, in maggioranza uomini (57%), di carriera medio-avanzata, provenienti da contesti istituzionali di eccellenza negli USA nordorientali. Sebbene comprensibile in termini di qualità scientifica, questa concentrazione rischia di ridurre la varietà di prospettive e di esperienze cliniche rappresentate, penalizzando i professionisti attivi in ambiti comunitari, le nuove generazioni e le regioni del mondo a basso reddito.
Il messaggio che arriva da ASCO 2025 è chiaro: se si vuole che il congresso rifletta davvero la comunità globale dell’oncologia e i pazienti che essa serve, è urgente promuovere politiche di equità e inclusione nella selezione dei relatori. La scienza, per essere davvero universale, ha bisogno di molte voci diverse tra loro.
Fonte: Abstract #9006, ASCO Annual Meeting 2025



