
All’ASCO Genitourinary Cancers Symposium (ASCO GU 2026), in corso a San Francisco, ecco i risultati dello studio di fase 3 LITESPARK-011, primo autore Robert Motzer, che valutano una nuova combinazione a doppio bersaglio anti-angiogenico nel carcinoma renale a cellule chiare avanzato (ccRCC) progredito dopo immunoterapia. I dati indicano che l’associazione di belzutifan e lenvatinib è in grado di controllare la malattia in misura superiore rispetto a cabozantinib, attuale opzione di riferimento in questo setting.
Com’è noto, il carcinoma renale rappresenta una delle principali neoplasie urologiche a livello globale, con oltre 430.000 nuove diagnosi e più di 150.000 decessi stimati ogni anno; la variante a cellule chiare costituisce circa l’80% dei casi. Nonostante l’impiego in prima linea di combinazioni a base di immunoterapia, una quota rilevante di pazienti sviluppa progressione di malattia e, in assenza di uno standard univoco post-ICI, il trattamento successivo si basa abitualmente su inibitori delle tirosin-chinasi del recettore VEGFR. Belzutifan è un inibitore orale di HIF-2α, un fattore di trascrizione chiave nella biologia del ccRCC, spesso attivato per alterazioni del gene VHL. Diversamente dai TKI anti-VEGFR, il farmaco agisce bloccando la via dell’ipossia e interferendo indirettamente con l’angiogenesi e la proliferazione tumorale. L’ipotesi dello studio era che la combinazione di un inibitore di HIF-2α con un TKI anti-VEGFR (lenvatinib) potesse determinare un’inibizione più completa della neoangiogenesi, rispetto alla monoterapia con cabozantinib.
LITESPARK-011 ha arruolato 747 pazienti adulti con ccRCC avanzato già trattato con immunoterapia. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere belzutifan più lenvatinib (371 pazienti) oppure cabozantinib (376 pazienti). Dopo un follow-up mediano di circa 29 mesi, il tasso di risposta obiettiva è risultato pari al 53% nel braccio di combinazione rispetto al 40% nel braccio di controllo. Nei pazienti responsivi, la durata mediana della risposta è stata di 23 mesi con belzutifan-lenvatinib contro circa 12 mesi con cabozantinib. Anche la sopravvivenza libera da progressione ha favorito la combinazione, con una mediana di circa 15 mesi rispetto agli 11 mesi osservati con cabozantinib. Al momento dell’analisi non sono ancora maturi i dati di sopravvivenza globale, e pertanto non è possibile stabilire se il vantaggio in termini di controllo di malattia si traduca in un prolungamento della vita. Il profilo di tossicità appare coerente con i meccanismi d’azione dei farmaci impiegati. Eventi avversi di qualsiasi grado si sono verificati in circa l’80% dei pazienti in entrambi i gruppi. Nel braccio sperimentale sono state più frequentemente osservate anemia, diarrea e ipertensione; nel braccio cabozantinib diarrea e sindrome mano-piede. Si sono registrati due decessi correlati al trattamento nel gruppo di combinazione e uno nel gruppo di controllo.
Secondo Sumanta Kumar Pal, esperto ASCO per il carcinoma renale e co-direttore del Kidney Cancer Program presso City of Hope, «questi dati di fase 3 dimostrano che un approccio di combinazione — in particolare belzutifan e lenvatinib — può offrire benefici selezionati rispetto alla monoterapia tradizionale con cabozantinib. È importante rilevare che il profilo di sicurezza evidenzia un bilanciamento tra specifici eventi avversi. Tuttavia, il prolungato ritardo nella progressione della malattia nei pazienti con carcinoma renale a cellule chiare avanzato, recidivato nonostante un precedente trattamento immunoterapico, sostiene questa combinazione come una potenziale nuova opzione terapeutica».


