
Nel carcinoma del retto in fase precoce, la disponibilità di tecniche transanali e mini-invasive sta modificando il modo in cui viene discussa la strategia terapeutica. Non si tratta semplicemente di “operare meno”, ma di individuare i pazienti nei quali un approccio conservativo può garantire sicurezza oncologica, preservazione d’organo e migliore qualità di vita. È uno dei temi emersi in un’intervista realizzata a ESMO GI con Antonino Spinelli, direttore della Divisione di Chirurgia del Colon e del Retto di Humanitas Research Hospital e professore ordinario di Chirurgia presso Humanitas University, pubblicata su GastroInfo. Secondo Spinelli, “oggi la selezione del paziente è probabilmente l’aspetto più importante quando si parla di chirurgia conservativa del retto”. Infatti, tecniche come la TAMIS o la chirurgia robotica single port transanale possono offrire risultati molto favorevoli, ma solo se applicate in un setting appropriato.
Il primo passaggio resta lo staging. Risonanza magnetica ad alta risoluzione ed ecoendoscopia consentono di valutare profondità di infiltrazione, rischio linfonodale e caratteristiche locali della lesione. I candidati ideali sono pazienti con carcinomi T1 a basso rischio, ben differenziati, senza invasione linfovascolare o perineurale e con infiltrazione limitata della sottomucosa. In questi casi, ha spiegato Spinelli, “il rischio di metastasi ai linfonodi è molto basso e un trattamento locale può offrire risultati oncologici eccellenti, evitando una chirurgia più demolitiva”.
La decisione, tuttavia, non riguarda solo il tumore. Età, comorbidità, aspettative, funzione anorettale, rischio di stomia e preferenze individuali sono oggi parte integrante della valutazione. Da qui il ruolo sempre più centrale del team multidisciplinare, che deve integrare chirurgia colorettale, oncologia medica, radioterapia, radiologia, anatomia patologica, gastroenterologia e, quando necessario, riabilitazione del pavimento pelvico. Anche il colloquio con il paziente cambia. “Oggi non si discute soltanto della probabilità di guarigione, ma anche delle possibili conseguenze funzionali dei diversi trattamenti”, ha sottolineato Spinelli, richiamando il rischio di alterazioni della continenza fecale, della funzione urinaria e sessuale e l’impatto della stomia sulla qualità di vita.
In questo scenario, studi come GRECCAR-2 e OPRA, insieme alle raccomandazioni più recenti di ESMO, NCCN e ASCRS, hanno rafforzato il concetto che, in casi selezionati, la preservazione d’organo può rappresentare un’alternativa alla chirurgia radicale, purché accompagnata da una sorveglianza rigorosa. “Le tecniche conservative non sostituiscono la chirurgia radicale”, ha concluso Spinelli, “ma ne rappresentano un’alternativa molto valida quando i criteri clinici, radiologici e patologici ci dicono che è possibile preservare l’organo mantenendo gli stessi standard di cura”.


