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ASCO 2023: andare a Chicago sì o no?

A cura di Luciano De Fiore By 18 Aprile 2023No Comments
Congressi

Che lo si voglia o no, il congresso ASCO di giugno continua a costituire l’appuntamento scientificamente più rilevante dell’annata oncologica. Allentatosi il morso della pandemia, ci si torna a chiedere se andare o meno a Chicago. Partecipare di persona o virtualmente dipende da molte considerazioni e ci sono buoni ragioni pratiche sia per andare, sia per seguirlo da casa. Per i partecipanti virtuali non sarà possibile confrontarsi al volo con i colleghi sui dati appena presentati nei corridoi del McCormick. Tuttavia, alcuni vantaggi pratici sono evidenti, come evitarsi le corse per l’enorme centro congressi per seguire ogni presentazione potenzialmente interessante, non dover fare la fila per 30 o più minuti per un taxi o un Uber, non dover tirar fuori 15 dollari per due sorsi di pinot nero di provenienza incerta. Ma soprattutto il meeting virtuale evita di dover pagare costi spropositati per i biglietti aerei (sempre più scarsi) e per l’alloggio: alberghi e airbnb a Chicago raddoppiano letteralmente le tariffe nella prima settimana di giugno. Le ragioni che potrebbero però avere un peso diverso sono altre, e le affronta di recente sull’ASCO Post un noto ematologo inglese, Robert Peter Gale (Imperial College London, Foreign Member of the Russian Federation and China Academies of Science and Medical Science).

Chi non ricorda le corse per assistere alle presentazioni dei dati degli ultimi studi di fase I e II e dei risultati preliminari degli studi di fase III? Ma, chiede Gale, davvero ne vale la pena? A suo avviso, la risposta dipende in gran parte dalla riproducibilità e replicabilità delle conclusioni degli studi che si ascoltano. Meglio rivedere il programma del congresso adottando questo criterio. Quanti studi di fase I e soprattutto di fase II che dichiarano risultati preliminari incoraggianti passano alla fase III? Quale percentuale di studi di fase III viene poi di fatto pubblicata su una rivista peer-reviewed? E, infine, quale percentuale viene validata degli studi di fase III pubblicati?

Ad esempio, soltanto un terzo circa delle 768 presentazioni alle riunioni delle società chirurgiche britanniche è stato pubblicato entro 2 anni dalla presentazione a congresso. Il tasso di successo delle presentazioni orali è circa il doppio di quello delle presentazioni su poster. L’impact factor mediano delle riviste in cui sono stati pubblicati gli abstract di successo è di circa 3, e il 95% è uscito su riviste con un impact factor inferiore a 6.

Si potrebbe pensare che numeri così negativi siano tipici dei congressi di chirurgia. Non è così. Un’analisi di 578 abstract presentati al meeting annuale della Society of General Internal Medicine del 2009 ha indicato un tasso di pubblicazione successivo inferiore al 50%. Non sorprende che gli studi di fase III abbiano avuto tassi di pubblicazione più elevati rispetto ad altri disegni di studio, il 67% contro il 46%. Al contrario, gli studi con risultati positivi non erano associati a tassi di pubblicazione più elevati rispetto agli studi con risultati negativi (odds ratio = 0,89; intervallo di confidenza al 95% = 0,6-1,31). Gale riporta i risultati pubblicati su Blood recentemente da Cucchi et al. sugli abstract presentati al meeting annuale dell’American Society of Hematology (ASH) nel 2013, 2014 e 2015. Hanno esaminato la probabilità che gli abstract che riportavano risultati positivi di uno studio di fase II venissero poi confermati da uno studio di fase III. Sono stati analizzati 292 abstract relativi a diversi tumori ematologici in cui i risultati erano caratterizzati come “incoraggianti, promettenti, che potrebbero rappresentare una nuova opzione terapeutica o che meritano un’indagine in uno studio randomizzato”. Sebbene l’82% di questi abstract sia stato successivamente pubblicato, la maggior parte delle pubblicazioni ricalcava il contenuto dell’abstract, spesso con la medesima vaghezza: una sorta di trionfo della speranza sulla ragione. Da notare che meno del 50% degli studi positivi è passato a uno studio di fase III.
Gale non è a conoscenza di analisi simili sulla pubblicazione di abstract presentati alla riunione annuale dell’ASCO, ma sarebbe opportuno a suo avviso istituire un confronto perché è probabile che i risultati siano simili a quelli riportati per l’ASH.

Com’è noto, problemi di riproducibilità e soprattutto di replicabilità non si presentano solo per abstract e relazioni a congresso. Sono comuni nelle pubblicazioni di articoli sottoposti a revisione tra pari su riviste ad alto impatto. Ioannidis, Prasad e altri hanno analizzato l’affidabilità delle conclusioni di questo tipo di articoli. Per esempio, Ioannidis ha esaminato 49 studi clinici altamente citati (> 1.000 citazioni) pubblicati su NEJM, JAMA, The Lancet, JNCI, JCO, Blood e altri. Un totale di 45 sostenevano l’efficacia dell’intervento; 7 sono stati contraddetti da studi successivi; altri 7 riportavano risultati più marcati di quelli poi osservati negli studi successivi; 20 conclusioni sono state replicate e 11 conclusioni non sono state confermate. Cinque dei sei studi non randomizzati, peraltro molto citati, riportavano effetti maggiori o che sono stati contraddetti da analisi successive rispetto a 9 dei 39 studi controllati randomizzati.

In sostanza, Gale suggerisce di selezionare alcune presentazioni di alto valore scientifico nel proprio campo di interesse. Il tempo che avanza potrebbe essere impiegato per riflettere criticamente sulle presentazioni a cui si assiste. La cosa migliore resta sempre assediare il relatore dopo la sessione e torturarlo con domande. Ed in ogni caso, essere all’ASCO è comunque meglio che non esserci.