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ASCO 2019, un commento

By 4 Giugno 2019Maggio 12th, 2021No Comments
CongressiSpeciali

Ci vuole coraggio e determinazione per indirizzare un’assise come questa, con 39.000 persone provenienti da ogni parte del mondo. Eppure Monica Bertagnolli (Presidente ASCO) e il suo team hanno schierato il congresso a favore di policies sanitarie più inclusive, lasciando presentare nelle sessioni plenarie iniziali studi rilevanti che sottolineano le persistenti disparità di genere, razziali e soprattutto di censo, mettendo al centro dell’attenzione l’iniquità di accesso all’innovazione terapeutica. Come ha sintetizzato Atul Gawande, invited speaker della sessione inaugurale, ancora oggi “il maggior fattore di rischio è esser neri”. Non che vada molto meglio alle donne, se è vero che uno studio condotto dalla società americana di oncologia ginecologica dimostra che il 51% delle sue affiliate è stata oggetto di molestie sessuali.

Non solo ogni persona malata dovrebbe poter accedere alle cure migliori – dove l’accento cade su “ogni” -, ma i terapeuti dovrebbero imparare da ogni paziente. Ed è questo un modo diverso e meno asettico d’intendere la medicina personalizzata. Alle terapie sempre più mirate, secondo target molecolari e in risposta a mutazioni geniche, devono corrispondere modelli organizzativi all’altezza, in grado di garantire appropriatezza, oltre che efficacia clinica. La ipertecnologizzazione dell’oncologia procede in parallelo con un sempre maggior riconoscimento della decisività dell’ascolto delle attese dei singoli malati.

Si è dimostrato ad esempio che ricorrendo a criteri più ampi d’inclusione è possibile raddoppiare il numero dei reclutabili negli studi clinici tra i pazienti con NSCLC avanzato. Tornare indietro sarebbe un suicidio: lo dimostrano studi come quello che comprova che l’Affordable Care Act – promulgato dal Presidente Obama nel 2010 – ha avuto un significativo impatto sulla diagnosi precoce, e quindi sul trattamento più tempestivo, delle donne affette da carcinoma ovarico.

Non che abbia più senso, però, lasciare che su 93 farmaci oncologici approvati dalla FDA con procedura accelerata giustificata dal tasso di risposta alla malattia, solo 19 studi di follow up abbiano poi confermato un beneficio in termini di sopravvivenza globale. Due studi presentati qui a Chicago ci rammentano il beneficio ancora marginale, in termini di sopravvivenza, delle nuove terapie, a dispetto del loro costo. Saper leggere i risultati dei trial clinici resta fondamentale, come ricordato dalla lettura magistrale di Ian Tannock.

Se ricerca e oncologia si spingono oltre i confini ristretti della clinica, lasciandosi condizionare da temi economici e politici, è bene – ha sostenuto Franco Perrone via Twitter – che le società scientifiche, seguendo l’esempio dell’ASCO, abbiano il coraggio di assumere posizioni politiche – non partitiche, ovviamente. Anzi, in questo modo far politica torna ad avere pienamente senso.

Maria Nardoianni