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A Cagliari partito il XXVI Congresso nazionale CIPOMO

A cura di Redazione By 19 Maggio 2022No Comments
Congressi

A Cagliari dal 19 al 21 maggio il XXVI Congresso nazionale CIPOMO (Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri), un meeting dal titolo emblematico: “Dalle ceneri del Covid una nuova Fenice: l’oncologia che sarà, l’oncologia che vorremmo”. La riflessione degli oncologi del CIPOMO parte da un dato inquietante: nel nostro Paese sono stati registrati 46 milioni di visite specialistiche e accertamenti diagnostici e 3 milioni di screening oncologici in meno nel 2020 rispetto all’anno precedente. Sta inoltre aumentando il numero di tumori in stato avanzato: secondo l’Osservatorio Nazionale Screening si registrano in media 5 mesi di ritardo per lo screening del tumore del collo dell’utero, per quello del tumore della mammella e per lo screening colorettale. E ancora, sono “sfuggiti” ai controlli, nel 2020 rispetto al 2019, in termini di mancate diagnosi oltre 3.300 carcinomi mammari, 2.782 lesioni cervicali CIN2+, quasi 1.300 carcinomi colorettali e oltre 7.400 adenomi avanzati.

Tutto questo contrasta fortemente con i continui progressi dell’oncologia, soprattutto grazie alle nuove frontiere aperte dalla diagnosi molecolare. Spiega Luigi Cavanna, Presidente del CIPOMO e del Congresso: “Dalla profilazione genomica del tumore all’immunoterapia, nuove frontiere stanno portando l’oncologia sulla soglia di cambiamenti rivoluzionari. Ma tutto questo necessita di un forte supporto organizzativo e gestionale: l’attuale frammentarietà rischia di vanificare i continui progressi che invece si realizzano in campo medico. Occorre quindi destinare in modo consapevole le risorse del PNRR, perché l’organizzazione dell’oncologia va interamente ripensata. Innanzitutto va ampliato il numero di posti nelle scuole di specializzazione, perché oggi soffriamo una grave carenza di oncologi. Bisogna poi potenziare le reti oncologiche per creare un ‘tessuto connettivo’ che colleghi agevolmente tutte le realtà oncologiche distribuite sul territorio, anche perché diverse strutture oncologiche nel tempo sono state chiuse o ridimensionate in varie Regioni. È inoltre fondamentale diffondere la ricerca clinica in ogni struttura sia ospedaliera che territoriale ove vengono curati i malati oncologici. Si dice da tempo che dove si fa ricerca si cura meglio e tutti i cittadini hanno il diritto di essere curati al meglio. Non solo: per realizzare una definitiva inversione di tendenza bisogna potenziare, in alcuni casi creare ex novo, l’oncologia sul territorio con servizi che integrino quelli previsti dal sistema ospedaliero. Attualmente tutti i pazienti oncologici, con bisogni clinico/terapeutico molto diversi tra loro, sono costretti a fare riferimento esclusivamente all’oncologia dell’ospedale, per cui le strutture ospedaliere sono sovraccariche e la risposta rischia di non essere sempre adeguata alle esigenze del singolo paziente, esigenze che stanno cambiando nel tempo. Oggi infatti il paziente oncologico si rivolge all’ospedale per tutto: visite, terapie e follow up, e diverse di queste prestazioni potrebbero essere realizzate in strutture territoriali prossime al domicilio del paziente. Il potenziamento delle attività territoriali ridurrebbe il carico che attualmente grava sugli ospedali con miglioramento della qualità di vita del malato, del caregiver, meno spese e minor perdita di tempo. Attività integrate di cure oncologiche, controlli o supporti come lo screening, la psico-oncologia, la riabilitazione, il supporto nutrizionale – solo per citarne alcune – possono infatti essere realizzate in modo molto più appropriato in ambito territoriale con grande beneficio per il paziente che diventerebbe più reattivo e motivato vedendosi curato vicino a casa, senza dover perdere ore per viaggi e attese per visite. Può sembrare una contraddizione la carenza di oncologi ed il loro spostamento dall’ospedale al territorio. Risposta semplice e pratica: quando un medico dell’unità operativa che dirigo si sposta per prestare servizio in strutture di prossimità territoriale (ospedali delle province, Casa della Salute) cura circa 15-20 pazienti/die che non vengono in ospedale, di conseguenza i conti tornano, e devo dire che la soddisfazione è anche del singolo oncologo oltre che dei pazienti”.

Giuseppina Sarobba, Presidente del Congresso, aggiunge: “La digitalizzazione è fondamentale in questo scatto in avanti dell’oncologia. Il fascicolo sanitario elettronico, la telemedicina, il collegamento digitale tra strutture sono essenziali per una gestione ottimale del paziente perché si velocizzano le tempistiche per individuare le strutture territoriali più adatte ad una determinata patologia. Inoltre la digitalizzazione e la messa in rete di operatori e strutture favorirebbe anche l’organizzazione interna delle aziende, sempre con conseguenti benefici per i pazienti. Per questo il PNRR può rivelarsi una risorsa importante. Ma senza le risorse umane non si va da nessuna parte: negli ultimi 3 anni il Servizio Sanitario Nazionale ha perso quasi 21.000 medici specialisti. Dal 2019 al 2021 hanno abbandonato l’ospedale 8000 camici bianchi per dimissioni volontarie e scadenza del contratto a tempo determinato e 12.645 per pensionamenti, decessi e invalidità al 100%. Le cause che portano a questa drastica decisione sono le più svariate: dal ‘burnout’ alla ricerca di un posto che preservi il proprio benessere, al desiderio di poter avere la possibilità di gestire le giornate di lavoro difendendo il ‘work-life balance’. Cosa cercano quindi i medici? Cercano orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia, cercano un sistema che valorizzi le loro competenze, un lavoro che permetta di dedicare più tempo ai pazienti. E mentre il PNNR mette in campo importanti investimenti per l’edilizia sanitaria e la digitalizzazione, niente è previsto per le risorse umane. Nuove sfide, che impongono un cambiamento di paradigma, chiamano in causa chi riveste posizioni apicali”.